Il fumo di New York

Autori e mandanti dell’attacco, con le sue migliaia di vittime innocenti, erano veri e propri nemici dell’umanità. Ma la reazione degli Stati Uniti è stata brutale: al terrore si è risposto con altro terrore

Difficile dimenticare le immagini, sconvolgenti, dell’11 settembre 2001. Le fiamme sulle Twin Towers di New York, il secondo aereo che s’infila nei grattacieli del World Trade Center. Minuti, ore di sgomento vissute con il fiato sospeso e con una certezza, che mano a mano si faceva strada: autori e mandanti dell’attacco terroristico, con le sue migliaia di vittime innocenti, erano veri e propri nemici dell’umanità, come non esitammo a scrivere su La Nuova Ecologia. Diradato il fumo che avvolse Manhattan dopo il crollo delle Twin Towers, quella certezza si è, se possibile, rafforzata.
Com’era ampiamente prevedibile, e in una certa misura auspicato dagli stessi terroristi di Al Qaeda, la reazione degli Stati Uniti è stata brutale: al terrore si è risposto con altro terrore, quello di due guerre (Afghanistan e Iraq), diventate ormai altrettanti conflitti, a bassa intensità ma permanenti, in cui a pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono vittime civili innocenti.
Anche i più accaniti sostenitori del presidente Bush dovrebbero riconoscere, oggi, che quella strategia si è rivelata un tragico errore: il terrorismo, invece di essere sconfitto, ha trovato sicuramente nuovi adepti e nuovi terreni d’attacco, come dimostrano le vicende irachene; sono caduti, è vero, due regimi odiosi e sanguinari, come quello dei Talebani e di Saddam Hussein, a Bagdad come a Kabul in qualche modo la vita sta ricominciando ma il presente e il futuro di quei popoli restano un’incognita, densa di pericoli; la credibilità dell’Onu, già fragile, è stata ulteriormente compromessa; le politiche di cooperazione, quelle che avrebbero dovuto svuotare i “serbatoi di disperazione” sfruttati dai terroristi, sono al palo, anche per le ingentissimi risorse impegnate dalle guerre e dalle occupazioni militari. Il mondo, due anni dopo, è meno sicuro. Anzi è talmente insicuro che con l’incertezza, la precarietà, la paura sembriamo ormai condannati a convivere.
Quelli che ci separano dall’11 settembre 2001 sono stati due anni di forte angoscia, di guerre e attentati, di straordinarie mobilitazioni per la pace e di menzogne. Tante, troppe. Come quelle confessate dall’Epa: l’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente, su pressione della Casa Bianca e mossa dall’urgenza di far riaprire, quanto prima, Wall Street, affermò, subito dopo la caduta delle Twin Towers, che l’aria di Manhattan, tutto intorno a Ground Zero, era sufficientemente pulita. Oggi si scopre, grazie a un rapporto interno della stessa Epa, che così non era. Non c’erano dati sufficienti e neppure analisi che dimostrassero quelle affermazioni. Anzi: tra diossine e fibre di amianto, com’era peraltro facilmente prevedibile, l’area era pesantemente inquinata, anche nei mesi successivi al disastro.
Una menzogna, insomma, dettata da interessi prevalentemente economici. Quanto alle conseguenze di quella nube di veleni, è da registrare con preoccupazione uno studio sui bambini nati subito dopo l’11 settembre da mamme che vivevano in un raggio di circa 1 chilometro dal World Trade Center. Lo studio, realizzato dalla Mount Sinai School of Medicine e pubblicato sulla rivista Jama, rivela un aumento del numero di bambini nati sottopeso, che avrebbero sofferto, probabilmente, di un ritardo di crescita intrauterino (in sigla Iugr), alla cui origine ci sarebbe proprio l’inquinamento dell’aria.
Questi bambini corrono il rischio di andare incontro, in età adulta, a malattie cardiache, ipertesione e altri problemi. Qualcuno dovrà spiegargli che la loro salute è stata sacrificata all’altare di Wall Street. Come quella dei bambini iracheni, vittime di una guerra scatenata in nome del petrolio.

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