Prestiti d’onore agli studenti universitari anche in Italia

Nasce finalmente anche in Italia il sistema dei Prestiti d’onore. In altri paesi, come la Germania e l’Inghilterra, sono già una realtà sperimentata diffusamente con successo.
L’idea è semplice: gli studenti universitari devono studiare per conseguire la laurea, e se sono costretti a lavori part-time per mantenersi sprecano proprie risorse, quelle universitarie e ritardano l’accesso al mondo del lavoro.

Partendo dal presupposto che un laureato dopo un anno dalla sua laurea ha buone possibilità di trovare lavoro, lo stato o le banche rilasciano un prestito agli studenti che verrà estinto in rate a partire da un anno dopo la conclusione degli studi.
La garanzia per l’accesso al prestito è un numero minimo di crediti o di esami (per i vecchi ordinamenti).

Dato il continuo aumentare delle tasse, causato dai tagli del governo all’università ed alla scuola pubblica in generale, questo progetto non può che facilitare la vita agli studenti meno abbienti, che devono avere le stesse opportunità di formarsi e prepararsi al mondo del lavoro dei loro colleghi più fortunati.

In Italia questa iniziativa è nata quest’anno, ad opera di Banca Intesa in collaborazione con i politecnici di Milano, Torino e Bari (complessivamente 90 mila studenti iscritti). All’atto della richiesta del prestito viene aperto per lo studente un conto con condizioni favorevoli, dal quale lo studente potrà prelevare fino a 15’000 per tre anni e sul quale potrà iniziare anche prima dell’anno di ponte il rimborso.

Il rischio futuro da non sottovalutare è che le banche possano decidere a chi affidare il prestito in base ai dati sull’impiego dei laureati, e discriminare gli studenti in base alle possibilità di ottenere il rimborso.
Se da un lato può essere positivo riequilibrare gli iscritti ai corsi universitari in base alla richiesta da parte del mondo del lavoro, dall’altro è sempre importante mantenere una pluralità formativa, in modo da favorire lo sviluppo futuro oltre a quello immediato.

Un passo è stato fatto, speriamo che si estenda a tutti gli atenei italiani e che venga regolamentato con serietà ed attenzione delle forze politiche, universitarie e non.

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