Lettera aperta al Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie

L’Associazione Assoli ha scritto una lettera aperta al Minostro per l’Innovazione e le Tecnologie, per chiedere di ritornare al testo originario della direttiva chiamata “Sviluppo ed utilizzazione deiprogrammi informatici da parte delle pubbliche amministrazioni”.

Il testo originario ha subito diverse modifiche, eliminando il consiglio precedentemente inserito di utilizzare software con sorgente disponibile nelle pubbliche amministrazioni, per facilitare il riuso e lo scambio di codice tra realtà diverse.
Quando una pubblica amministrazione realizza un bando per lo sviluppo di software specifici su commissione, non c’è nessun vincolo per le ditte proponenti che le obblighi a fornire il codice sorgente del lavoro. Questo, di fatto, impedisce all’acquirente (che in questo caso è pubblico), di rimanere indipendente dal fornitore della prima versione del software, oppure di apportare modifiche senza acquistare tutto da zero.

Il testo originario della direttiva, tra le altre cose, poneva accento su questa importante questione, consigliando alle pubbliche amministrazioni di privilegiare il software a sorgente aperta per le realizzazioni di programmi ex-novo, oppure di inserire clausole nei contratti che permettessero di ottenere il sorgente in caso di fallimento o chiusura della ditta produttrice (evento purtroppo abbastanza frequente per le piccole aziende di informatica).

Il testo modificato, invece, è molto meno preciso e non contiene questi consigli, probabilmente a causa di pressioni che sono state fatte per evitare un passaggio troppo marcato al software libero nei bandi di commissione del software per le PA.

Concordo pienamente con la richiesta fatta da Assoli, che si dimostra ancora una volta molto attenta ai problemi anche politici che ostacolano o non-favoriscono l’adozione di questo tipo particolare di software.

Credo, e vorrei che non ci fosse così tanto bisogno di ripeterlo, che tutti gli strumenti che sono realizzati con soldi pubblici e che hanno costi di replicazione nulli (come il software o strumenti di formazione, incluso cioè tutto quello che sia possibile trasmettere tramite reti informatiche) debbano essere rilasciati con licenze che ne permettano il riuso.

Riutilizzare software significa non pagare 1000 volte la realizzazione di strumenti simili, ma farne uno che copra le 1000 esigenze e pagare per le personalizzazioni necessarie, i miglioramenti e tutto ciò che permette un incremento del valore che il prodotto porta alla pubblica amministrazione.
Fare un software ed usarlo 1000 volte per altrettante amministrazioni significa migliorare la sua qualità e risparmiare denaro che possa essere investito altrove.

Il discorso è diverso per tutto quello che necessita una produzione fisica: una sedia non può essere replicata a costo zero, ad esempio.
Utilizzare gli stessi criteri per prodotti totalmente differenti non ha alcun senso.

Se le grandi aziende utilizzano sensati criteri di riuso, non vedo perché non dovrebbe farlo anche lo Stato.

L’unica differenza, in questo caso, è che i soldi che si spendono sono i nostri.

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