Blog e Politica

Il dibattito iniziato da Luca de Biase e continuato da Mantellini è molto interessante, e vorrei dare un piccolo contributo.
Molti blogger si sono impegnati a trovare 5 cose che i politici devono sapere per poter parlare con loro.
Non sono un politico di mestiere, ma faccio politica nel Consiglio Comunale della mia città, sono un informatico di professione ed un blogger per passione.
Non che questo mi dia un vantaggio nella discussione, sia chiaro, lo dico solo per chiarire qual’è la mia prospettiva quando esprimo un punto di vista.

Sono d’accordo con Massimo Mantellini quando dice che parlare con i blogger non è necessario e non è richiesto, ed è evidente che alcuni degli esperimenti effettuati, come quello di Cofferati, siano stati fallimentari. Il punto focale del problema, secondo me, è proprio il modo con il quale viene affrontato questo media. Molti politici che hanno cercato di fare propaganda elettorale via blog, non hanno colto il senso di questa esperienza.

Chi pensa a questo strumento alla stregua di qualsiasi altro media, e fa pubblicare articoli come utilizza i 20 secondi di televisione o i due metri per 3 di spazio nei muri, non coglie l’opportunità che offre lo strumento blog di realizzare una vera discussione politica, cosa che nessun altro strumento allo stato attuale permette. La discussione politica è una cosa molto differente dalla propaganda, ed i blog politici dovrebbero essere un lavoro mantenuto con costanza, non temporaneo e coincidente con i periodi elettorali.(1)

Una famosa frase di Vittorio Foa dice che per governare bene è prioritario non già avere delle risposte giuste, quanto delle buone domande, per dar risposta alle quali sarà necessaria la cooperazione di tanti.

Qualsiasi blog che abbia una rilevanza politica (e con questo non includo solamente quelli scritti dai politici) deve essere uno spazio aperto al dibattito, ai consigli, ai commenti, agli insulti. Se un politico non ha il tempo di leggere i commenti che provengono dai cittadini interessati ad un tema, allora è inutile che cerchi di metterlo in piedi. Mettere in piedi un blog è come parlare a tavola con amici e parenti, proporre un tema ed ascoltare i contributi degli altri. Questo è una cosa che i politici di professione difficilmente riescono a fare, perché poco propensi all’ascolto. Per comunicare con i blogger, invece, è necessaria una capacità di ascolto fuori dalla media.(2)

I blog richiedono un sacco di tempo, che i blogger spesso non riescono nemmeno a riconoscere o quantificare. E’ normale, se si fa una cosa con passione, non riuscire a valutare il tempo impiegato a fare quella cosa. I blog, quindi, sono un’arma a doppio taglio: da una scarsa attenzione si può riuscire a comprendere anche uno scarso interesse o la mancanza si passione al dibattito serio. Tutti sono capaci di promettere qualcosa che gli elettori vogliono sentire, ma proporre soluzioni e rivalutarle in collaborazione con le persone veramente interessate è molto difficile ed al tempo stesso molto appagante dal punto di vista dei risultati. (3)

Dialogare con i blogger e mantenere un blog significa esporsi al rischio di attacchi. Scrivere quotidianamente qualcosa su quello che si fa significa rischiare di inserire tra le cose migliori anche qualche articolo o pensiero di basso profilo, a causa della assoluta mancanza di filtri (tecnici, temporali, etc) tra il comunicante ed il lettore. Il consenso raccolto nei mesi può essere disperso a causa di uno scivolone su un solo tema, proprio perché il dibattito non è vuoto (al pari della propaganda) ma è pieno di contenuto. Il lettore più attento dovrebbe iniziare a comprendere questa difficoltà e valutare la persona in base ad un giudizio complessivo ed alla capacità di assorbire i consigli e le critiche che vengono fatte. I politici hanno il vizio di non avere la capacità di riconoscere gli errori, mentre una esposizione maggiore sui temi certamente evidenzia anche le carenze e gli sbagli. Come i bambini imparano ad andare in bicicletta cadendo, anche le persone migliorano le proprie competenze con lo scontro ed il conflitto (nel senso buono). Il politico che voglia parlare con i blogger, quindi, deve avere bene in mente che il conflitto proveniente da un dibattito serio è una cosa positiva, che lo farà crescere anche politicamente al di fuori della rete e nella vita reale di rappresentante di un certo numero di cittadini. (4).

Appena iniziato il mio percorso in Comune, ho ricevuto l’unica critica che mi sia mai stata rivolta (per ora) da parte di un elettore, guarda caso un blogger. Questa persona mi chiese prima di occuparmi di un problema, poi mi criticò duramente per non essere stato in grado di risolverlo e di non averglielo comunicato. Questa critica mi colpì molto e mi fece riflettere sul mio ruolo, che avevo fino a quel momento inteso in una certa maniera (di rappresentante delle istanze dei cittadini nel Consiglio Comunale) e che invece dovevo in parte modificare. Capii che dovevo riuscire a crescere nella capacità di risolvere i problemi anche al di fuori degli organi politici (Consiglio, Commissioni, Riunioni, etc), e conoscere nella maniera migliore possibile il funzionamento della macchina amministrativa per muovere gli uffici e ridirezionare le persone che mi chiedevano aiuto a chi di competenza. Nel cercare di risolvere questo problema peccai di inesperienza (erano i miei primi mesi di politica comunale), aspettando la risposta di un ufficio che non arrivò mai, e quindi esitando a rispondere a chi mi aveva esposto il problema.
Il rapporto che instaurai con questo blogger mi ha fatto certamente crescere, attraverso un conflitto ed uno scontro, e giudico questa una esperienza nel complesso positiva.

Tutta questa storia mi serve anche per dire che non credo nella parità nei rapporti citata al primo punto da Massimo, smentita a mio parere dal suo terzo punto. I blogger hanno un loro ordinamento gerarchico dettato in parte dalla fama di cui godono Alcuni sono veramente super elettori, ed il loro pensiero non vale alla stessa maniera di un cittadino medio. Questo perché sono capaci di muovere opinioni, di diffondere idee, di accusare mancanze. Credo che alcuni di loro, oltre ad essere parte di questo ordinamento interno, si sentano persone capaci di una elaborazione migliore dei pensieri e delle soluzioni ai problemi, comportandosi spesso nella stessa maniera e con gli stessi limiti dei politici che si sentono superiori ai loro elettori.(5)

La fama, inoltre, non è sempre connessa al buon senso o alla capacità di elaborazione di pensieri elevati. Spesso, e non lo dico solo io, si raccoglie una maggiore attenzione creando una polemica, portandola all’estremo, forzandola.

Quindi ben venga il dibattito con i blogger e l’attenzione da questi riservata, ma non illudiamoci che il mondo dei blog abbia cambiato l’essenza dell’uomo e la sua necessità di rivaleggiare con gli altri per scalare una gerarchia autocostruita. Più sarà importante il politico, maggiore sarà la tentazione dei blogger di poggiare sopra la sua testa un piede in segno di conquista.
Dico questo non per criticare l’atteggiamento, che è positivo se riesce a produrre un qualsiasi miglioramento (nel pensiero, nel programma, nelle capacità dialettiche), ma per lanciare una sfida: siamo noi blogger capaci di confrontarci con le idee altrui ed accettare le risposte che possono venire dal dibattito politico? Oppure siamo chiusi nelle nostre convinzioni, e non abbiamo il tempo di ascoltare le altre?
Quante volte avete visto discussioni su blog molto frequentati che non hanno modificato di una virgola le convinzioni di chi scriveva? Questo atteggiamento è diverso o migliore rispetto a quello dei dibattiti politici da Bruno Vespa?

L’ascolto e la discussione richiedono molto tempo e molta fatica, ma quando capiremo quale contributo possiamo dare noi alla politica, e non viceversa, avremo secondo me prodotto la più alta politica che si sia mai vista da tempo.

PS: Il blogger del racconto ignorò la mia risposta alle sue accuse, nella quale cercai di spiegare la situazione, e questo mi diede più fastidio della critica stessa. Forse troppo spesso chiediamo agli altri di essere aperti alla discussione, quando noi per primi ignoriamo che nelle discussioni si ascolta almeno in due.

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