Pena di Morte Americana 2004

Dedicato a Martin Malia 1924 – 2004

Secondo il Death Penalty Information Centre nel corso del 2004 sono diminuite sia le esecuzioni che le condanne a morte. A mio giudizio le cause che hanno diminuito il numero delle condanne sono almeno tre: riduzione degli omicidi, crisi economica e sfiducia nel sistema giudiziario.

Diminuzione degli omicidi.

Come in Italia anche negli USA, nel decennio scorso, il numero degli omicidi è diminuito. Negli Stati Uniti si è passati dai 22.000 omicidi l’anno, con una punta di quasi 25.000 nel 1991, ai 15.638 del 2001. In Italia nello stesso periodo gli omicidi si sono più che dimezzati, arrivando, nel 2001, alla cifra record di 638, poi sono cresciuti del 12%. Le cause della diminuzione americana sono molteplici e vanno dal miglioramento delle tecniche di pronto soccorso alle tattiche più aggressive della polizia, da un maggior controllo sulle armi alla fine della “guerra del crack”.

Crisi economica

Gli stati (responsabili di quasi tutte le esecuzioni) hanno sempre meno denaro da spendere e, visto che non possono chiudere tutte le scuole, hanno ridotto i soldi anche al sistema giudiziario. Questa riduzione delle risorse si è trasformata in una maggiore propensione al patteggiamento e in una diminuzione dei costosissimi processi capitali (vi rimando al mio “il costo della pena di morte”).

Sfiducia.

La pena di morte americana sta crollando sotto il suo stesso peso. Nonostante l’entusiasmo forcaiolo di Bush il sistema risente di una grande stanchezza. Alcuni giudici come Sandra Day O’Connor hanno espresso in pubblico il loro scetticismo e le giurie non sono più così disponibili a esaudire i desideri dei procuratori. Tre possono essere le cause della maggiore diffidenza delle giurie: la nuova generazione di telefilm “giudiziari”, gli scandali dei laboratori di polizia e gli innocenti liberati.

I nuovi telefilm a sfondo giudiziario come The Practice, pur essendo ancora lontani dalla realtà della giustizia americana, sono molto più realistici di quelli sfacciatamente falsi di Perry Mason. Questa rappresentazione più vera e meno accattivante del sistema giudiziario ne ha notevolmente ridotto l’appeal presso il pubblico dei potenziali giurati.

I periodici clamorosi scandali, recentemente culminati con la chiusura del laboratorio della polizia di Houston, hanno aumentato lo scetticismo del giurato medio che non sembra più essere propenso a credere a occhi chiusi a qualsiasi “camicie bianco” (vedi il mio “Ingiustizia letale”)

La maggior causa delle diminuzione delle condanne a morte è l’impressionante numero di persone innocenti, non necessariamente condannate al patibolo, rilasciate dalle carceri americane. Non c’è giorno in cui non vi sia la notizia di qualche disgraziato che, dopo anni o decenni di galera, viene lasciato andare perché innocente. Anche se i procuratori affermano che non si tratta di innocenti, ma di colpevoli che riescono a sfuggire alla giustizia, l’effetto sull’opinione pubblica è deprimente.

Catastrofi epocali come The Big Crash, il massacro di Tulia, i quattro del caso Roscetti e il caso della jogger di Central Park, si sono aggiunte allo stillicidio di casi singoli. L’Illinois ha liberato più condannati a morte di quanti presunti colpevoli abbia ucciso e la lista nazionale dei sopravvissuti ha raggiunto quota 117, mentre il Centro di Barry Scheck ha salvato, grazie al test del DNA, 154 innocenti. Secondo il Reverendo McCloskey il 10% dei 2.200.000 galeotti americani è innocente come, secondo Espy, lo erano il 5% dei 19.000 giustiziati.

La sensazione che hanno gli americani è che il loro sistema non sia, come dice l’ex governatore Ryan, in grado di stabilire chi è colpevole e chi è innocente, e che, ai moltissimi innocenti nel braccio della morte, se ne aggiunga qualcuno che è stato ucciso. Il risultato finale è che i giurati, anche se hanno dichiarato una persona colpevole di omicidio, non se la sentono di farla ammazzare.

Quanto detto non vale, ovviamente, per il Texas.


Dott. Claudio Giusti

COMITATO “3 LUGLIO 1849”
Per i diritti umani, contro la pena di morte
Membro fondatore della World Coalition Against Death Penalty

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