Vota i Verdi

La campagna elettorale è finita. Per mandare a casa questo governo ed agire DIVERSAMENTE una volta costituito il nuovo, votate i Verdi e la lista Insieme con L’Unione al Senato.

E’ un voto per Prodi ed è un voto per dire a Prodi cosa vogliamo del nostro futuro.
Vi allego l’articolo di Giovanni Valentini, editorialista, da Repubblica di lunedì 3 aprile 2006 (pagina 22)

Sarà perché siamo in campagna elettorale e tutti cercano voti, sarà perché il centrosinistra sente odore di vittoria e anche i Verdi prefigurano un ritorno al governo, fatto è che il partito di Alfonso Pecoraro Scanio sta elaborando una svolta culturale e strategica nel tentativo di coniugare ecologia ed economia, di conciliare la difesa dell’ambiente con la modernizzazione e lo sviluppo del paese. Non è uno strappo né una conversione. E forse è ancora troppo presto per parlare di una “Bad Godesberg verde”, come quella celebrata mezzo secolo fa dalla sinistra tedesca sulla strada della socialdemocrazia. Ma è comunque una novità promettente nel panorama asfittico della politica italiana alla vigilia di queste incerte elezioni.

Dalla questione energetica al piano delle infrastrutture, dalle fonti rinnovabili alle “opere utili”, la Federazione dei Verdi si apre al confronto con il mondo economico e produttivo, in particolare quello della piccola e media impresa, dell’agricoltura e dei coltivatori diretti, alla ricerca di un nuovo modello di sviluppo per imboccare una via alternativa all’innovazione. Dal “Partito del No”, mobilitato in permanenza contro l’armata del cemento, della speculazione e dell’abusivismo, il Sole che ride prova insomma a trasformarsi nel “Partito del Si”: vale a dire delle proposte costruttive e concrete, delle soluzioni ragionevoli e praticabili, della ricerca e della tecnologia. Senza cambiare l’anima, si cerca semmai di cambiare pelle, di aggiornare e rinnovare cioè un impegno culturale e civile in sintonia con lo schieramento riformista.

Non è certamente un’operazione semplice né agevole. E dovrà essere verificata alla luce dei fatti, delle scelte e dei comportamenti conseguenti. Ma in ogni caso lo sforzo di Pecoraro Scanio, anche al di là delle legittime aspirazioni personali o di parte, può offrire un contributo prezioso non tanto ad un eventuale successo elettorale dell’Unione, quanto alla sua cultura di governo, alla sua capacità di guidare l’uscita dalla crisi e di avviare la ripresa nazionale. Oltre al dogma dello “sviluppo sostenibile”, difeso e riaffermato senza ambiguità o ipocrisie, il Sole che ride tende così a misurarsi con quell'”ambientalismo sostenibile” che proprio su queste colonne avevamo auspicato da tempo. In piena transizione dall’economia del petrolio a quella dell’idrogeno o chissà che altro, i Verdi italiani lanciano la sfida dell’energia pulita, delle fonti alternative e rinnovabili, come antidoto all’egemonia dei grandi produttori, delle mega-centrali e dei monopoli vecchi e nuovi.

E perciò parlano, come hanno fatto in un convegno organizzato a Roma nei giorni scorsi, di un cocktail energetico costituito da diversi ingredienti, destinati a integrare e poi a sostituire i combustibili fossili che inquinano ‘atmosfera, provocano l’effetto serra e comunque sono in via di esaurimento: un mix di fotovoltaico, solare termico, eolico, agroenergia, biomasse e biocarburanti, in attesa appunto che l’idrogeno possa rimpiazzare l’oro nero. Quanto al nucleare, rievocato dal nostro presidente del Consiglio mentre molti paesi europei ed extraeuropei ne stanno uscendo, oggi l’opposizione dei Verdi è più pragmatica che ideologica. A parte l’aspetto fondamentale della sicurezza, dei rischi, e dei costi connessi allo smaltimento delle scorie radioattive, c’è una valutazione oggettiva che taglia la testa al toro: nella migliore delle ipotesi, fra dieci anni il nucleare potrebbe soddisfare il 20% del nostro fabbisogno, più o meno quanto si ricaverebbe – da subito e a costi di gran lunga inferiori – con il risparmio energetico. E questo non vuol dire spegnere le luci per accendere le candele. Significa piuttosto incrementare l’efficienza del sistema, della rete, degli impianti, attraverso la ricerca e l’applicazione delle nuove tecnologie. Un altro capitolo importante della svolta verde riguarda le infrastrutture, quelle che il centrodestra chiama pomposamente le “grandi opere” e che gli ambientalisti preferiscono chiamare invece “opere utili”. In polemica aperta con il piano faraonico del ministro Lunardi, incentrato su 2.000 chilometri di nuove autostrade e 1.200 di Alta velocità ferroviaria, il Sole che ride contesta in particolare il fatto che soltanto il 6% dei 73 miliardi di euro approvati dal Cipe è destinato al potenziamento delle infrastrutture urbane e cioè delle reti metropolitane. E una tale politica dei trasporti farebbe aumentare il traffico motorizzato e quindi l’inquinamento, contro tutti gli impegni internazionali sottoscritti dal Protocollo di Kyoto. Ma anche in questo caso i Verdi intendono passare dal “fronte del No” a quello del Sì, proponendo un programma di investimenti per 109 miliardi di euro per i prossimi dieci anni, circa 10 miliardi all’anno, a favore della cosiddetta “mobilità sostenibile”. Dalle autostrade del mare all’adeguamento delle strade esistenti, dall’ammodernamento di diversi tratti ferroviari al potenziamento di alcuni valichi alpini, il contropiano non ha nulla da invidiare al grafico disegnato da Silvio Berlusconi sulla lavagna di Porta a porta alla vigilia delle ultime elezioni e poi rimasto in gran parte sulla carta.

Tra il materiale di propaganda che i Verdi stanno distribuendo in questi giorni, c’è anche una bustina che contiene semi di girasole, con le relative istruzioni per l’uso. Lo slogan stampato in sovrimpressione dice: “Chi semina raccoglie”. Ecco: se sono davvero girasoli, parafrasando il proverbio, fioriranno.

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