Sull’impianto di digestione anaerobica da biomassa di S. Pietro in Campiano

Digestore Anaerobico S. Pietro in Campiano (Ravenna)Martedì sera sono stato all’assemblea pubblica organizzata in occasione della realizzazione dell’impianto di digestione anaerobica da biomassa in costruzione a S.Pietro in Campiano (nel ravennate), in via Erbosa 25.

La proprietà dell’impianto è AGRIENERGY a.r.l., la stessa che ha presentato il famoso impianto a biomasse di cui abbiamo parlato diverse volte, anche all’assemblea pubblica a Pievequinta.

Va detto che i digestori anaerobici non sono inceneritori. Non hanno un camino e non bruciano rifiuti. Incamerano scarti vegetali e deiezioni animali per produrre biogas, che viene poi utilizzato da un motore che produce calore ed energia elettrica.
Sono impianti di piccole dimensioni, sotto il megawatt di potenza (la centrale di cui sopra era decine di volte più potente), che possono essere la soluzione ottimale per chiudere un ciclo energetico: gli allevamenti e le coltivazioni producono biomassa come scarto di lavorazione e necessitano di riscaldamento, energia elettrica e concime, il risultato della digestione anaerobica.

L’impianto di S.Pietro in Campiano, però, soffre di diverse problematiche.
Prima di tutto, vista la sua piccola dimensione in termini di potenza non ha bisogno di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) o di Screening. Dal punto di vista autorizzativo necessita solo del via libera di ARPA ed USL e della dichiarazione di inizio attività per quanto riguarda l’autorizzazione a costruire. Quella zona, infatti, a ridosso di case e vicino ad una scuola, è indicata dal Piano Regolatore come zona industriale. Su questo probabilmente si sarebbero dovute fare osservazioni all’approvazione del PRG. Per la mancanza di V.I.A. ed autorizzazioni edilizie non è passato niente in consiglio di Circoscrizione ed in Consiglio Comunale a Ravenna, ed i cittadini non sono potuti intervenire attraverso i loro rappresentanti (tra i quali, è giusto ricordare, non è stato eletto nessun candidato dei Verdi alle ultime elezioni).

Questo è stato accompagnato anche dalla mancanza di informazione da parte del proprietario nei confronti del paese e del vicinato. Anche se non dovuto per legge, una lettera che spiegava cosa si andava a realizzare avrebbe contribuito a sbollire gli animi.

I cittadini, una volta partiti i lavori, non hanno ricevuto le informazioni che chiedevano, e la richiesta di una assemblea è stata soddisfatta dopo mesi dall’inizio lavori.

Sono intervenuto all’assemblea esponendo, queste ed altre perplessità, che riassumo brevemente:

l’ingegnere del proponente ha parlato di impianto simile a quello di trattamento dei fanghi di depurazione (quello che finisce nelle nostre fogne), cercando di tranquillizzare i cittadini sulla non pericolosità dell’impianto. Purtroppo il paragone non è particolarmente azzeccato, visti i problemi sui controlli e sulla gestione dello spandimento dei fanghi che ha coinvolto la provincia di Forlì-Cesena nel 2004.

Ho chiesto da quale raggio chilometrico si è ipotizzato di far provenire i materiali per il digestore. 65 tonnellate al giorno di materiale, di cui 10 di liquami, non sono pochi e bisognerebbe stare attenti sul bilancio energetico, che potrebbe diventare negativo qualora i camion consumassero più energia di quella prodotta dall’impianto.

Ho chiesto coerenza. Nella serata di martedì è stato ripetuto continuamente, in particolar modo dai responsabili di ARPA ed USL, che non è un impianto pericoloso come gli inceneritori o le centrali a biomasse. Ho chiesto che la stessa cosa venisse ripetuta anche nelle assemblee pubbliche su inceneritori e centrali a biomasse, nelle quali i tecnici di ARPA ed USL cercano spesso di convincere i cittadini che questi impianti non sono affatto pericolosi (delle due l’una).

Ho chiesto una programmazione: visto che questi impianti di fatto non subiscono gli iter autorizzativi giustamente complessi degli impianti di produzione più grossi e degli impianti per la gestione dei rifiuti, bisogna controllare che non spuntino come funghi incontrollati e fuori programmazione, cosa che ridurrebbe la possibilità di utilizzare gli scarti locali ed indurrebbe i proprietari ad importare biomasse dall’esterno, cosa inutile dal punto di vista energetico.

Dobbiamo stare attenti che le misure per la produzione di energia da biomasse non diventino un modo per consumare più energia di quella che producono, sostenuta solo dai pesanti incentivi pubblici (l’impianto di S.Pietro in Campiano ha ricevuto 600’000€ dalla regione).

Ho chiesto inoltre la possibilità di installare sistemi per il monitoraggio in continuo delle emissioni (NOx in particolare). Visto che l’impianto non dovrebbe avere problemi di emissioni, non c’è nessun problema a dimostrarlo ed a tranquillizzare i cittadini.

I cittadini ora chiedono una “attenta, seria e puntuale azione di controllo” da parte degli enti preposti per vigilare sull’attività dell’impianto, ed una piantumazione di siepi ad alto fusto nei confini. Sono richieste sensate e condivisibili, che il proprietario farebbe bene a soddisfare per riacquisire un po’ di quella fiducia che ha perso.

Sugli enti di controllo ci sarebbe da fare un discorso più ampio ed approfondito, a partire dalla gestione economica che li sostiene ed i conflitti di interesse che portano i realizzatori di consulenze e piani di gestione a fare anche i controllori.

21 risposte a “Sull’impianto di digestione anaerobica da biomassa di S. Pietro in Campiano”

  1. Come ho scritto anche nell’articolo, anche i piccoli impianti dovrebbero rientrare nella programmazione.
    Chiaramente quello che conta è l’emissione finale, il totale degli impianti.

    Però bisogna considerare, in questo conto, anche le emissioni dei camion che trasportano il materiale. Un conto è lavorare gli scarti, un conto è fare produzione ad hoc per essere bruciata, un conto è importare biomassa dall’estero, dove la produzione costa meno (ma non l’impatto ambientale).

    Con gli impianti più grandi il raggio di provenienza del materiale si allarga inevitabilmente. Niente pregiudiziali né in positivo né in negativo, ma dei conti seri basati su dati certi (e non manipolati).

  2. Una considerazione.
    Non conosco il progetto di S. Pietro in Campiano, conosco un progetto simile in provincia di Vercelli.
    Il proponente, dichiara che produrrà 2,5 MW/h di energia elettrica, partendo da 30.000 tonnellate/anno di reflui e circa 50.000 tonnelate/anno di mais (utilizzato tal quale ossia stocchi e pannocchie).
    Al di là del fatto che comunque la reazione avviene in ambiente chiuso, sicuramente le fasi di movimentazione e travaso comporteranno sicuramente almeno un impatto odorigeno sull’ambiente circostante.
    Al di là del fatto che finita la reazione, il materiale dovrà essere smaltito, si prevede lo spandimento nei campi quale ammendante e non sappiamo quale sarà l’ulteriore impatto odorigeno ne tantomeno le implicazioni di natura agronomica(se concentro il refluo composti quali nitrati, metalli, batteri, ecc. sono ancora in tabella?).
    Resta un fatto importante ossia per la produzione di energia elettrica da motori endotermici (a scoppio) la normativa prevede limiti di emissioni altissimi ( NOX 500 mg/m3 CO 400 mg/m3).
    Quindi la domanda che vorrei porre ad Alessandro Ronchi e a tutti i Verdi e adepti di Legaambiente è questa:
    Da un punto di vista ammientale è meglio avere DIECI impianti a biogas che possono emettere 500 mg/m3 di NOX e 400 mg/m3 di CO senza nessuna procedura di VIA (utilizzando 80000 tonnelate/anno di materiale per impianto per un totale di 800000 tonnelate) oppure è meglio avere un unico impianto a biomasse da 10 MW/h eletrici che ha come limite 100 mg/m3 di NOX e 80 mg/m3 di CO autorizzato con VIA e dotato di abbattitori catalitici, filtri, ecc. e che per produrre tale energia necessita di solo 80000 tonnelate/anno di scarti colturali (RIPETO SCARTI NON MAIS)quindi biomasse vergini, magari super controllato con un monitoraggio in continuo delle emissioni e da un comitato composto da VERDI e LEGAMBIENTE??????

  3. Risposta del nostro ex assessore Antonio Penso, ora direttore della fondazione Flaminia:
    Posso metterlo in contatto con Marna, per avere delucidazioni sullo stato di avanzamento della sperimentazione.
    Ancora non si può parlare di impianto effettivamente funzionante, ma probabilmente un incontro con i progettisti, giovani, competenti e motivati, potrebbe servire a dissipare parecchi dubbi.
    Andrebbe fatto capire che non ci sono dubbi sulla sostenibilità “sociale” dell’impianto (naturalmente se fatto bene); ma la sperimentazione vuole migliorare il rendimento energetico del processo immettendo biomasse verdi appositamente coltivate.
    A un verde doc non dovrebbe sfuggire il potenziale di carattere anche “ideologico”: riprendere, migliorandola, una tecnologia già sperimentata, per scardinare il concetto oggi diffusissimo: Biomasse=Roba da Bruciare.
    Dovrebbe essere, se i primi risultati sperimentali venissero confermati, il cavallo di battaglia per i Verdi.
    Comunque, se la cosa interessa, basta contattare Marna Ortolani, presso il Servizio Ricerca della Provincia di Ravenna in merito al progetto biogas, che può benissimo organizzare l’incontro con i responsabili del progetto.

    mortolani@mail.provincia.ra.it
    0544/ 258545

    Inoltre, aggiungo io, mi riferiva tempo fa Luciano Lama che ce n’è uno nella zona limitrofa a Conselice, che funziona da tempo, però non so come individuarlo. Posso chiederglielo.Ciao. Isa
    P.S.: un indirizzo più comodo, non ce l’hai?

  4. Risposta del nostro ex assessore Antonio Penso, ora direttore della fondazione Flaminia:
    Posso metterlo in contatto con Marna, per avere delucidazioni sullo stato di avanzamento della sperimentazione.
    Ancora non si può parlare di impianto effettivamente funzionante, ma probabilmente un incontro con i progettisti, giovani, competenti e motivati, potrebbe servire a dissipare parecchi dubbi.
    Andrebbe fatto capire che non ci sono dubbi sulla sostenibilità “sociale” dell’impianto (naturalmente se fatto bene); ma la sperimentazione vuole migliorare il rendimento energetico del processo immettendo biomasse verdi appositamente coltivate.
    A un verde doc non dovrebbe sfuggire il potenziale di carattere anche “ideologico”: riprendere, migliorandola, una tecnologia già sperimentata, per scardinare il concetto oggi diffusissimo: Biomasse=Roba da Bruciare.
    Dovrebbe essere, se i primi risultati sperimentali venissero confermati, il cavallo di battaglia per i Verdi.
    Comunque, se la cosa interessa, basta contattare Marna Ortolani, presso il Servizio Ricerca della Provincia di Ravenna in merito al progetto biogas, che può benissimo organizzare l’incontro con i responsabili del progetto.

    mortolani@mail.provincia.ra.it
    0544/ 258545

    Inoltre, aggiungo io, mi riferiva tempo fa Luciano Lama che ce n’è uno nella zona limitrofa a Conselice, che funziona da tempo, però non so come individuarlo. Posso chiederglielo.Ciao. Isa
    P.S.: un indirizzo più comodo, non ce l’hai?

  5. G.lissimo Antonio Ronchi, sono un agronomo 32enne, vivo in provincia di Benevento. Dalle mie parti hanno intenzione di costruire un grosso impianto per la produzione di energia elettrica mediante combustione di biomasse (impianto da 11 MW elettrici). Essendo un tecnico, conosco abbastanza la problematica: in sintesi, l’impianto funzionerà prevalentemente con biomassa estera (che costa 5-10 euro/ton contro 25/40 euro di quella nazionale) e sotto tutto c’è il mega bussines dei certificati verdi (una centrale della potenza di 11 MegaWatt, in un anno, fornisce 10,5 milioni di euro di ricavi solo da certificati verdi!!! ). La centrale ha il costo dichiarato, ai fini della richiesta del contributo alla regione di 23 milioni di euro, si immagini quindi in quanto poco tempo si riesce ad ammortizzare l’investimento e che utili potrà dare!
    Mi pare di acer capito, da quanto ho letto sopra, che per una centrale del genere può essere necessaria la Valutazione d’Impatto Ambientale; so’per certo che, per l’impianto a cui mi riferisco, la VIA non è stata richiesta, ma è stato solo richiesto un parere alla Sopraintendenza. Le chiedo, gentilmente, mi potrebbe far sapere in base a quali motivazioni tecnico-legali potrebbe essere chiesta La VIA per un impianto del genere?
    La rigrazio, e cordiali saluti

  6. Un commento per Nicola.
    E’ impossibile (RIPETO IMPOSSIBILE)
    importare biomassa dall’estero a 10-15 euro/tonn.
    Le quotazioni migliori che ho in mano sono di circa 80-90 euro tonnelata bocca centrale (65-70 euro/tonn F.O.B. porto di Savona ossia 10-15 euro al Malesiano, 30 euro carico e trasporto via nave, 20 euro costo banchina porto italiano e scarico 15-20 euro trasporto da porto italiano a centrale).
    Chi fa un’affermazione del genere ha intezione di bruciare RIFIUTI (COME PARTE ORGANICA),
    pER BRUCIARE RIFIUTI BISOGNA DICHIARARLO NELLA DOMANDA DI AUTORIZZAZIONE (INSERIMENTO DI CODICI CER O RIFERIMENTO AL D.M. 5/2/98 PROCEDURE SEMPLIFICATE)
    SE NELLA DOMANDA CI SONO QUESTI ELEMENTI,L’IMPIANTO RESTA COMUNQUE UN IMPIANTO A FONTI RINNOVABILI MA LA COSTRUZIONE (SE LA CAPACITA’ SUPERA LE 100 TONN/GIORNO DI RIFIUTI NON PERICOLOSI) DEVE (RIPETO DEVE)ANDARE IN VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE.
    uN SALUTO
    Chi fa un’affermazione del genere

  7. G.lissimi, al di là del prezzo della biomassa legnosa di importazione, a me interessa sapere a quale normativa far riferimento per obbligare, a chi di dovere, di fare la Valutazione d’Impatto Ambientale per tale centrale. Grazie dell’informazione caro Giorgio…. avendo la centrale un fabbisogno, dichiarato nel progetto, di 120.000 tonnellate/anno, i conti sono presto fatti…. 328 tonnellate al giorno!!! Ma qual’è la normativa che lo stabilisce??? …me lo puoi far sapere?? Grazie, Nicola

  8. Decreto Legislativo 03.04.2006 n. 152 (Codice Ambientale) articolo 23 comma 1 lettera a.
    Si veda a tal fine all’allegato III l’elenco a il punto 9.b che in fondo recita :” ad esclusione degli impianti sottoposti a procedura semplificata di cui agli articoli 214 e 216 del presente decreto.”
    Ma le procedure semplificate, riguardano chi un impianto c’è l’ha già NON chi lo deve costruire.
    In pratica è semplificata la gestione NON la costruzione dell’impianto.
    Comunque per conoscenza VI COMUNICO CHE ANCHE QUESTA NORMA, E’ STATA CASSATA DA UNA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

    Corte di giustizia europea, Sez. II, 23/11/2006 n. C-486/04

    Sull’inadempimento della Repubblica italiana per aver dispensato dalla valutazione dell’impatto ambientale un impianto produzione di energia elettrica mediante incenerimento di combustibili.

    La Repubblica italiana avendo dispensato dalla procedura di valutazione di impatto ambientale un impianto, destinato all’incenerimento di combustibili derivati da rifiuti e di biomasse, avente una capacità superiore a 100 tonnellate al giorno e rientrante nell’alleg. I, p. 10, della direttiva 85/337/CEE, concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, come modificata dalla direttiva 97/11/CE, ed avendo adottato una norma quale l’art. 3, c. 1, del DPCM 3 settembre 1999, intitolato “Atto di indirizzo e coordinamento che modifica ed integra il precedente atto di indirizzo e coordinamento per l’attuazione dell’art. 40, c. 1, della l. 22 febbraio 1994, n. 146, concernente disposizioni in materia di valutazione dell’impatto ambientale”, recante modifica dell’alleg. A, lett. i) ed l), del DPR 12 aprile 1996, intitolato “Atto di indirizzo e coordinamento per l’attuazione dell’art. 40, c. 1, della l. 22 febbraio 1994, n. 146, concernente disposizioni in materia di valutazione di impatto ambientale”, la quale consente che i progetti di impianti di recupero di rifiuti pericolosi e i progetti di impianti di recupero di rifiuti non pericolosi con capacità superiore a 100 tonnellate al giorno, rientranti nell’alleg. I della direttiva 85/337, come modificata dalla direttiva 97/11, siano sottratti alla procedura di valutazione di impatto ambientale prevista dagli artt. 2, n. 1, e 4, n. 1, della detta direttiva, ed inoltre avendo adottato una norma quale l’art. 3, c. 1, del DPCM 3 settembre 1999, la quale, per stabilire se un progetto rientrante nell’allegato II della direttiva 85/337, come modificata dalla direttiva 97/11, debba essere sottoposto a valutazione di impatto ambientale, fissa un criterio inadeguato, in quanto questo può portare all’esclusione dalla detta valutazione di progetti che hanno rilevanti ripercussioni sull’ambiente, è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza degli artt. 2, n. 1, e 4, nn. 1, 2 e 3, della detta direttiva.

    Materia: comunità europea / ambiente

    Ripeto, biomasse sì ma VERGINI ossia PULITE.
    un saluto

  9. L’impianto non brucierà nulla, a parte il biogas (che non odora, in natura).

    Gli inquinanti emessi dalla turbina che produce elettricità sono inodori, ma come tutti i residui di una combustione sono pericolosi (a seconda della quantità, chiaramente).

    La potenza è molto bassa, quindi a differenza delle centrali turboelettriche e di quelle a combustione di biomasse l’impatto è molto minore.

    Il problema però può essere l’impatto olfattivo, ma questo dipende da come verrà gestito il trasporto del materiale. Su questo non ho i dati tecnici e probabilmente non sono stati nemmeno presentati, quindi occorre vigilare ed eventualmente segnalare eventuali problemi, in modo che i controlli siano veloci e puntuali (come richiesto, giustamente, dai cittadini).

  10. Buongiorno,
    abitando a pochi passi dalla centrale, desidero sapere, quali saranno i disagi, sia olfattivi che inquinanti, derivanti sia dal trasporto dei cosiddetti rifiuti da bruciare che del prodotto finale. In parole povere, cosa si percepirà dall’esterno?
    Ringrazio per una risposta.

  11. Se avete necessità di chiarirvi le idee, posso dare un parere competente e circostanziato. Sono rappresentante di una azienda del settore e posso suggerire di visitare alcuni impianti già funzionanti e a norma di tutte le leggi (nazionali ed europee) prima di farvi una idea definitiva della questione.
    Cordiali saluti
    Michele Giacalone

  12. Gent.mo Alessandro
    Le scrivo da un piccolo paese del Molise (1350 abitanti) MAFALDA, dove la qualità dell’aria è ottima, ed è un vanto per noi che ci viviamo che tutti ci riconoscono, ( fino a quando non lo so):
    E’ in progetto una centrale a biomasse da 50Mwe, verrà riconvertito un ex impianto di prefabbricati. I miei concittadini ee anche io ignoriamo la pericolosità che questa centrale potrebbe portare nel nostro territorio, anche perché la proposta di questo impianto è stata fatta dall’amministrazione comunale attualmente in carica, si pensa che un’ amministrazione dovrebbe salvaguardare la salute dei suoi cittadini. La domanda che vorrei farle, visto che ho avute notizie discordanti (pro e contro) a riguardo di queste centrali, è: che cosa comporta a livello di emissioni di sostanze nocive e quali svantaggi avremo a livello di impatto ambientale, visto che sta in zona SIC vicino al fiume Trigno?
    grazie

  13. Caro Antonio, è impossibile dire quali sono le emissioni della sua centrale senza sapere cosa utilizzerà per la produzione di energia.

    50 megawatt è una dimensione troppo grande per l’utilizzo dei materiali locali, sicuramente sarà prevista l’importazione di materiale da fuori, quindi camion ed inquinamento già nel trasporto.

    Poi c’è il rischio che vengano bruciati rifiuti.

    Vi consiglio di approfondire attentamente!

  14. salve signor Ronchi volevamo porgerle alcune domande, siamo un comitato di protesta di un paese in provincia di Frosinone(amaseno) qui nel nostro paese ci sono molte stalle di bufali e quindi gli allevatori non sanno più come smaltire il letame allora si è pensato di costruire un impianto di bio-gas però il problema è che questo impianto si trova a meno di 500 m da 30 abitazioni, volevamo sapere apparte il problema dell’odore cosa ci comporta avere un impianto di questo genere vicino le nostre case visto che già abbiamo un ambiente massacrato da 4 linee di alta tensione che ci passano in testa grazie per una futura risposta.

  15. @ giuseppe (comitato porcini):
    Molto dipende anche dal progetto.

    Se è un digestore anaerobico, allora bruciano “solo” il biogas, quindi è come se costruissero una enorme caldaia.
    Probabilmente gli allevamenti hanno già impianti di riscaldamento, e se sostituissero quelli con una centrale equivalente di biogas il bilancio delle emissioni sarebbe più o meno quello.

    Ovviamente dipende dalle dimensioni della centrale: se con la scusa del letame arrivano a diversi megawatt di potenza, allora significa che intendono importare il combustibile, e quindi il discorso cambia completamente.

  16. Carissimo Alessandro, ho potuto leggere la convenzione per quanto riguarda la centrale Termoelettrica alimentata a Biomasse che si vuole costruire nel comune di Mafalda di almeno 20Mw. Sulla convenzione riporta che “Una centrale di produzione di energia elettrica a biomasse solide (di seguito “CTE a biomasse solide”), con sezione di ciclo termico, costituita da caldaia a griglia mobile raffreddata ad aria che produrrà vapore a 55 bar(a) e 420°C da 49,25 t/h con potenza al focolare di 49,9 MWt, un sistema di trattamento dei fumi composto da una sezione a secco ed una ad umido in grado di trattare 125.000 Nm3/h di fumi umidi; un turboalternatore a vapore con scarico sotto vuoto (0,12 bar(a)) da 15 MWe (18,75 MVA potenza dell’alternatore); un condensatore ad aria progettato per 49,25 t/h di vapore e 25°C di temperatura dell’aria esterna;”in un altro passaggio si parla di una centrale di produzione di energia elettrica mediante termovalorizzazione di biomasse agroindustriali nell’ambito della c.d. “filiera corta” in particolare costituite da residui di attività agricola,vinacce fresche, sanse e legname derivanti da sfalci di potature, oltre alle biomasse rivenienti dai residui dall’attività di distillazione, che si intende istallare nella stessa area produttiva.
    Il dubbio che abbiamo è che, le biomasse non sono sufficientemente reperibili in zona, e si importerà rifiuti, o olio di palma.

    Siccome si stà costituendo un comitato di informazione, potrei inviarle tutta la convenzione in modo da darci qualche suggerimento, essendo noi non esperti della materia.
    La ringrazio anche a nome di tutto il costituendo comitato

  17. @ a:
    20 megawatt sono tanti. Dovreste cercare di ottenere la quantità di materiale trattato ogni anno, per capire se si regge sul locale o sull’importazione di olio di palma.

    La centrale di Argenta, promossa inizialmente per centrale ad uso locale, è di 22 Megawatt. La somiglianza è impressionante.

    http://www.alessandroronchi.net/2006/chiusa-la-centrale-elettrica-a-biomasse-di-bando-dargenta/

    Qui trovate altre informazioni:
    http://www.visivagroup.it/showthread.php?t=18408
    http://www.articolo32.it/documenti/PRIMO%20INCONTRO%20A%20RUSSI%20PER%20LA%20CENTRALE.htm

    1. Bruciamo tutto per produrre molto poco con rese bassissime.
      Non vorrei che un giorno rimpiangessimo le centrali a carbone o a petrolio

  18. è ora di smetterla!!! la terra deve produrre cibo, non energia. se si incentiva le biomasse,che bruciano mais, e si stendono km2 di pannelli solari, non abbiamo capito nulla. il risultato sarà alzeremo i prezzi di produzione ed affamiamo altra popolazione nel mondo. Sempre quei soliti ricconi che si fanno, le leggi, le centrali e l’energia potrà comprare energia e cibo da mangiare. Ma la gente non avrà da mangiare, non avrà modo di consumare energia e comunque in tempi lunghi ci sarà un’involuzione, poi chi si è estremamente arricchito se la cava sempre, e chi si è impoverito paga il conto per tutti, in salute, sudore e ripresa.

    1. Il problema principale delle biomasse è che sono troppo incentivate, a livello economico. Un giusto bilancio dovrebbe permettere di guadagnare sugli scarti delle altre produzioni (e questo è un bene), ma non superare economicamente la produzione alimentare.

      Inoltre i digestori anaerobici producono metano, non sono inceneritori, e la differenza è notevole sia dal punto di vista della potenza sia da quello del guadagno effettivo.

      Possono ad esempio essere molto utili per affiancare allevamenti e così risparmiare fonti fossili (l’energia solare termica in questi casi difficilmente da sola è sufficiente).

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