La sanità serve per le persone.

Marino, in un intervento video per smentire il complotto che lo avrebbe sbattuto fuori dal Sant’Orsola:

“Credo che la politica debba star fuori dalla sanità. La sanità serve per le persone, per i cittadini, per quelli che rischiano di perdere il bene più prezioso che abbiamo.”

mentre la politica, secondo lei, a chi/cosa dovrebbe servire?

11 risposte a “La sanità serve per le persone.”

  1. Quando dice “io non credo ai complotti” in realtà sta gridando “è evidente che sia un complotto”.

    Ha perfettamente ragione, la politica deve stare FUORI dalla sanità, nel senso che i direttori generali non dovrebbero essere di nomina politica ma esclusivamente a chiamata diretta in funzione della loro capacità professionale e del loro prestigio nazionale e internazionale.

    E’ un appello giustissimo quello che ha lanciato, non lo vuole dire apertamente ma gle la stanno un po facendo pagare, di aver disturbato i soloni del partito con la sua candidatura.

    Il vero PD non può che essere quello di Marino, l’altro (quello uscito vincitore alle primarie) non esprime quel cambiamento che gli elettori aspettano con ansia.

    Non ha smentito il complotto, a lanciato un messaggio un po sibillino ma chiaro, un avvertimento, speriamo che qualcuno lo colga.

    1. Anche io sono d’accordo sul fatto che la politica debba stare fuori dalla sanità, ma lui è un parlamentare e non dovrebbe fare questa distinzione sulle finalità ultime dei due mondi. Anche la politica serve (o dovrebbe servire) alle persone ed ai cittadini, non alle proprie carriere.

      Lui mette al primo posto i suoi pazienti, e la cosa è giusta e comprensibile.

      Mi chiedo solo se sia un bene che la politica ad altissimi livelli debba essere un passatempo, un diversivo o uno strumento per proseguire la propria carriera altrove.

  2. Ci mancherebbe che anche la politica non avesse lo scopo di tutelare le persone e i cittadini, così come la sanità, o la polizia stradale, o chi protegge i parchi.

    Il concetto è che la “politica ad alto livello” è un mestiere che secondo me dovrebbe totalmente scomparire come mestiere in se. Chi fa politica ad alti livelli dovrebbe farlo senza rinunciare al suo lavoro, perchè essere politico è un “prestito” temporaneo di tempo che il cittadino fa alla collettività, non deve essere un lavoro a tempo indeterminato in se.

    Marino l’ha spiegato chiaramente, vuole continuare a lavorare anche per i suoi pazienti, fosse solo un giorno alla settimana.

    Ti faresti operare da un chirurgo che è stato fermo 5 anni ? La sua capacità ne sarebbe totalmente compromessa.

    Sta anche qui il senso di “2 mandati e poi a casa”.

    Fare politica deve essere come fare il servizio civile o il militare, un servizio appunto.

    Diverso è invece colui che ricopre cariche multiple di tipo alto dirigenziale, se sei senatore o governatore non puoi anche amministrare una azienda, o fare il sindaco, o occuparti dell’expo…

    Un consigliere comunale invece non deve licenziarsi dal suo lavoro.

    Al primo posto c’è la tua vita, poi la tua attività (lavorativa, di volontariato, associativa), poi la politica.

    Non ci vedo niente di male in questo.

    1. A mio parere chi fa il senatore o il deputato dovrebbe impegnarsi a tempo pieno. E’ una condizione essenziale, perché non solo c’è il tempo dedicato alle riunioni istituzionali, ma anche quello passato a studiare le cose che si discutono, ad incontrare le persone, fare le proprie proposte, ecc.

      Ovviamente il discorso è diverso per il consigliere comunale. Però è fuorviante, a mio parere, pensare che sia uguale fare questa cosa a tempo pieno o a tempo perso, come dici tu.

      Per studiare le cose che votavamo ho dovuto mettere ai primi posti la politica, anche a scapito del lavoro e della vita privata (chi mi è stato vicino lo sa bene).

      Basta guardare il carrello della documentazione che sta a corredo dei consigli, per rendersi conto della mole di lavoro che sarebbe necessaria, e spesso le competenze richieste vanno molto sullo specifico.

      Se invece di intende la politica televisiva, fatta di proclami e poca sostanza, allora può essere fatta anche nei week-end. Ma io parlo di un’altra cosa, ovviamente.

    2. Paolo, non sono d’accordo con lei.
      Con i necessari “distinguo” (un consigliere comunale non può essere paragonato ad un senatore) non si può pretendere l’eccellenza da un impegno prestato. Lei fa l’esempio del medico ed ha ragione, il medico non può ritornare alla professione dopo 5 anni o peggio ancora, dopo 10. Di più: il politico non può pretendere il posto garantito. Ed infatti, se ci pensa, parlando di cariche elettive (oddio, la attuale legge elettorale non permette di scegliere e questo è una porcheria) converrà che non c’è nulla di più precario del posto del politico.
      Se si fa bene si viene rieletti, altrimenti a casa.

      Veda, il discorso sulle attività da mantenere va bene per chi ha un’attività da dipendente, meglio se statale. Provi ad immaginare un impiegato di una ditta di 3 impiegati che dopo 10 anni torna dal suo datore di lavoro alla mattina alle 8.
      O provi a pensare all’imprenditore commerciale. Cosa fa, dopo 10 anni torna a bussare alla porta della sua vecchia clientela?

      Il discorso fila per il professore universitario o il magistrato, ma più in generale è davvero dura generalizzare e mi sa tanto che una legge che metta uno steccato a due mandati, non sia nemmeno costituzionale perchè rende differenti due cittadini davanti alla stessa opportunità.

      Io temo che la sua teoria, peraltro non isolata, sia generata dalla politica italiana attuale. Chi ha occasione di sentire un politico della prima repubblica (ogni frase, un riferimento culturale) eppoi fa zapping sui politici da talk-show faziosi con le loro grida da stadio, capisce cosa intendo dire.

      La sa una cosa? Noi abbiamo bisogno di rientrare in carreggiata. Abbiamo bisogno che qualcuno affronti la questione morale, abbiamo bisogno di democrazia nel senso di rispetto per le istituzioni.
      Dopodichè, se lei acquisisce stima nei confronti di chi la governa, non ha proprio più nessun interesse a volerlo mandare a casa dopo due mandati.

  3. “democrazia nel senso di rispetto per le istituzioni”
    quelli che treccan definisce politici della prima repubblica e dei quali sembra avere gran stima inorridirebbero di fronte a una tale definizione.
    Benché io non mi possa annoverare tra gli apologeti (oggigiorno assai sprovveduti, come si vede) dei cosiddetti regimi democratici – poco importa che a impormi le catene sia un tiranno o un parlamento democraticamente eletto – lo svilimento, l’impoverimento, la svuotamento semantico a cui viene sottoposto il concetto di democrazia è davvero avvilente.
    saluti

  4. Anche se in forma teorica posso arrivare a condividere chi pensa che entrando in politica non ci si debba occupare di niente altro (salvo qualche eccezione ben motivata), non credo sia propriamente questo il senso della vicenda di Marino.

    Nella intercettazione pubblicata sul corriere della sera, emerge chiaramente come Marino sia stato BOICOTTATO come punizione per il gesto di avere inquinato con la sua candidatura il quieto vivere del confronto bersan-franceschiniano.

    Se sei impiegato alle poste, ti dimetti per fare il consigliere del PDL, poi chiedi il reintegro e scopri che il tuo capo è quello nominato dal PD al quale hai pestato i piedi durante il tuo mandato, e poi TI LICENZIA… che fai ? Invochi giustizia ? Da chi ?

    Quel che è peggio, è che sembra le correnti del PD stessero compiendo una qualche lotta fratricida per l’annichilazione reciproca.

    Non voglio farla troppo lunga, mi sembra semplicemente ingiusto quello che è successo a Marino, tirar fuori il fatto che essendo senatore (quindi lautamente pagato, altro che precario) è lecito impedirgli di lavorare, beh, mi sembra cinico.

  5. Io la penso esattamente al contrario di Paolo Marani anche se su Marino posso anche convenire su molte cose.
    Se io scelgo di laurearmi in scienze politiche, perchè non posso auspicare di fare quello, di mestiere, nella mia vita?
    Trovo più strano che un medico si candidi a sindaco, per dire.

  6. @tombolino

    Scienze politiche non è una scuola per diventare bravi amministratori, lo sbocco naturale non è fare il politico come mestiere, così come chi si laurea in storia non è scontato che faccia lo storico. Anzi non succede quasi mai.

    Una vera scuola per amministratori in italia non esiste, non so dire se sia meglio così, talvolta la gavetta di partito sopperisce a questa mancanza, ma ne da una visione un po troppo orientata alla gestione delle opinioni e dei tecnicismi politici, piuttosto che alla capacità critica di affrontare culturalmente e scientificamente i problemi.

    Io penso che le persone dovrebbero essere “prestate” alla politica, pertanto un ingegnere elettronico, piuttosto che uno psicologo, o un laureato in lettere possono dare il loro contributo professionale alla cosa pubblica tanto quanto uno “scienziato politico”, se non di più.

    Poi, esperito il compito come fosse un “servizio civile”, a prescindere se decida di lasciare o meno il suo “reale” lavoro, dovrebbe tornare a fare il semplice cittadino, o al massimo lavorare per il partito, movimento, gruppo, associazione, in maniera volontaria, ma non retribuita.

    Due mandati, poi a casa, sai come migliorerebbe il processo decisionale in questo paese. Non è qualunquismo, è riconoscere che la rotazione dei cervelli è il migliore antidoto verso la corruzione e l’incancrenimento del potere.

    La politica non è una professione, è un servizio, come donare il sangue all’avis. Chi lo vuole fare sa che può farlo, chi non lo vuole fare spingerà chi per lui a farlo.

    1. Paolo,
      lo so anch’io che a scienze politiche non si esce “bravo amministratore” però è più facile uscire “politico” da lì che non da Ingegneria.
      Tu in sostanza salti a piè pari l’attivismo politico che forma nel periodo scolastico, in quello – come dici tu – della gavetta all’interno del partito o del movimento.
      La passione politica, quella si – quella la si regala. La passione politica ti può far diventare un missionario (non facciamo per favore paragoni con il donatore di sangue, dai).

      Ma poi, l’impegno e la passione non possono bastare quando le responsabilità aumentano. Se crescendo ti devi occupare della cosa pubblica (si parla, quindi, di politica a medio/alti livelli) non puoi pensare di farlo ad orologeria o con un contratto precario o con l’animo della crocerossina.

      Il fatto è che tu parti dalla “corruzione e dall’incancrenimento del potere” come se fosse assodato il fatto che la politica sia il brodo per farci galleggiare tutto il marciume possibile.
      Io parto invece dal fatto che i partiti e l’eleggibilità dei miei rappresentanti siano le fondamenta della democrazia.

      Il mio Comune, la mia Regione, la mia Nazione hanno si bisogno di tecnici in grado di amministrare bene, ma prima di tutto hanno bisogno di uomini che determinino con al loro capacità politica di dare un orientamento preciso a questa amministrazione.

      Altrimenti perchè votare? Sarebbe sufficiente assumere per concorso il Ministro dell’Economia.
      Quando si dice “politica” ormai l’accezione è sempre negativa e questo determina poi pareri come il tuo, per carità – rispettabile, ma nel panorama mondiale condiviso da pochi, se non mi sono distratto.

  7. @Tombolino:

    Ecco la differenza. Tu trovi naturale che il politico debba solo sapere amministrare e prendere scelte, mentre dovrebbe delegare e servirsi del tecnico solamente come consulente.

    Io trovo invece molto più efficace che il politico sia una persona preparata tecnicamente che sa cosa sta facendo e dove può agire, e delega al suo staff politico il decidere come presentarlo.

    Forse suona un po come tecnocrazia, che in se non è una bella cosa, però non mancano esempi del genere. Dal premio nobel Steven Chu a capo della squadra ambiente di Obama, ad Alberto Bellini ingegnere e assessore all’ambiente di Forlì.

    Quella è la strada giusta.

    Il bravo politico è quello che sa comunicare e sa coinvolgere l’opinione pubblica nel processo decisionale, ma un bravo politico non sempre (anzi raramente secondo me) è un ottimo amministratore.

    E’ questo lo spirito di servizio che vorrei vedere in politica, professionisti messi in condizione di amministrare sapendo le conseguenze di ciò che fanno, e non solo il vantaggio elettorale che ciò che dicono comporta.

    Politica non è una brutta parola, è una BELLISSIMA parola, forse “partito” non è per me una bella parola in se, perché è come dire “scatola”.

    Un partito non è un concetto ne bello ne brutto, analogamente ad una scatola, dipende da cosa ci metti dentro.

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