Il partito del popolo della rete

Giovedì il “popolo della rete” protesta contro la norma ammazza blog.

Come ha scritto giustamente Mantellini in un suo recente articolo, non esiste più un popolo della rete. Questa idea di una separazione etica, politica ed ideologica tra chi usa la rete e chi non lo fa è un retaggio che ci portiamo dietro dal passato.

Dieci, quindici anni fa probabilmente aveva un senso. C’era chi usava Ebay USA perché quello italiano ancora non esisteva, chi usava la posta elettronica disconnettendosi tra lo scaricamento dei messaggi e l’invio delle risposte, chi chattava su IRC.

L’insieme delle persone che è entrata per prima su internet era selezionato, sia sulla base delle possibilità economiche sia sulla base delle conoscenze (dirette o indirette) che ne permettevano l’utilizzo.

Allora, sebbene generalizzare troppo sia sempre sbagliato, questa nicchia meritava forse un suo nome. Un po’ come l’insieme di chi in questi ultimi anni ha deciso di spegnere definitivamente la TV. Il popolo che ha mandato a cagare il digitale terrestre.

Sicuramente non tutti già allora avevano una idea comune, ma il popolo della rete esisteva, piuttosto ignorato dal resto dei media.

Oggi qualsiasi iniziativa nasca dal web è fatta dal “popolo della rete”. Così se qualcuno fondasse un partito del “Popolo della Rete”, probabilmente verrebbe citato gratuitamente per anni a venire.

Io faccio parte del popolo della rete per definizione: internetdipendente, ho un blog dal 2003, sono registrato con scarso interesse a tutti i social network, ho fatto del web il mio lavoro.

E nonostante condivida le ragioni di questa specifica protesta contro la norma ammazza blog, non sempre condivido quello che viene attribuito al “popolo della rete”.

Anche perché il “popolo della rete” oggi rappresenta ormai il 50% della popolazione italiana, secondo l’Istat. La maggioranza, non più una nicchia.

Quindi i giornalisti dovrebbero evitare questa definizione e trovarne altre più consone, a meno che tutto quel 50% non sia compatto ed in contrasto con il restante 50%.

Anche chi non usa internet potrebbe essere contrario ad una legge che obbliga la rettifica anche nei confronti di affermazioni vere e verificate fatte su internet (perché dovrei rettificare una cosa vera?), e qualche utente del web potrebbe tranquillamente essere favorevole o indifferente.

L’uso di definizioni studiate a tavolino è uno strumento fondamentale e pericolosissimo, capace di muovere consenso e dissenso. Non dimentichiamoci che è bastato l’aggettivo radicale appiccicato ad arte su alcuni gruppi politici per eliminarli dal Parlamento italiano.

Facciamo così, d’ora in avanti potrete usare questo nome a patto che chiediate il consenso a tutti gli utenti del web, ogni volta. Ok?

3 risposte a “Il partito del popolo della rete”

  1. Nondimeno è impossibile evitare di notare che in italia l’alfabetizzazione informatica è ancora in culla, meno del 50% degli italiani usa regolarmente internet, e solo una frazione di questi per attività che non siano il mero scaricamento di email o la comparsata su un profilo di Facebook.

    E’ evidente che si ha una paura fottuta che il “popolo di internet” acquisisca autocoscenza e intervenga pesantemente sulla scena politica, così come parzialmente è accaduto negli USA a sostegno di Obama, e sta accadendo ovunque si accendono rivolte popolari contro i regimi dittatoriali.

    Il messaggio che si vuole far passare è che l’ecosistema rappresentato oggi da internet è soggetto agli stessi balzelli, le stesse discriminazioni, gli stessi privilegi, a cui siamo abituati nelle istituzioni, e che da queste non possono prescindere.

    Non si coglie la reale portata della rete per la crescita di una democrazia sana e attiva.

    L’unica soluzione, a mio avviso, è spazzare via questa classe dirigente di cialtroni, e investire finalmente sulla cultura (soprattutto scientifica), perchè l’alternativa è il baratro ideologico che stiamo sperimentando oggi, con persone abbarbicate al potere che ripetono incessantemente il mantra della crescita economica, mentre il mondo sta letteralmente franando sotto i loro piedi.

    1. Parli di autocoscenza del popolo di internet come se fosse un gruppo compatto. In realtà non è così.
      E’ come parlare del popolo dei biondi o del popolo dei mori.

      Negli USA è vero che Obama ha vinto grazie al web, ma è stata la cittadinanza a votarlo, non solo gli internettauti. Certo, il suo staff è stato ottimo a guidare il consenso ed ad incanalare la voglia di cambiamento, ma identificare Obama con internet ed internet con Obama era ed è sbagliato.

      Non tutto il popolo del web ha votato per lui, così come non tutto il resto del popolo non informatizzato gli ha votato contro.

      Internet è uno strumento che può essere usato da chiunque, per qualunque scopo. Come ogni strumento rivoluzionario porta con sè cambiamenti anche molto importanti, ma pensare che lo strumento contenga in sè la verità o le chiavi per un futuro migliore è sbagliato.

      Sono sempre le persone, nella loro diversità.

      Tra l’altro anche la cultura scientifica non possiede verità assolute. Il metodo è certamente migliore dell’assunzione di verità per fede, ma avere fede in un risultato scientifico non è nemmeno da scienziati.

      La cultura in generale (non solo quella scientifica) deve supportare le decisioni politiche affinché non siano campate in aria, non guidarle. Altrimenti, tanto per fare un esempio, potremmo inseguire i paradigmi delle scienze economiche senza mediazioni, con risultati abbastanza deludenti e già sperimentati…

      Ma questo è un altro discorso.

      1. Alessandro, non mi mettere in bocca cose che non ho detto e che non penso, solo perchè “presumi” abbia un rapporto idolatrico verso le potenzialità di internet, perchè questo fa parte della stessa distorsione culturale che si vorrebbe combattere.

        Per “autocoscenza” intendo rendersi conto che tutti insieme si rappresenta un “ruolo” riconosciuto nella scena politica, il che porta con se (o almeno dovrebbe portare) una certa responsabilità. Così avviene per le associazioni professionali, ad esempio, o per quelle confessionali. Possiamo dire ad esempio che le comunità parrocchiali nel loro insieme assumono un ruolo, oppure no solo perchè sono frammentate e incoerenti ?

        Non è questione di essere biondi o bruni, è questione che sempre più persone utilizzano internet come “strumento” per informarsi, e questo ci rende (usando bene lo strumento) un po più liberi e più attenti alla trasparenza e alla buona informazione.

        Ovvio che non tutto e non solo il popolo sul web ha votato Obama, ci mancherebbe, ma così come statisticamente i democratici sanno di avere più consensi fra gli internauti, così anche da noi, nelle debite proporzioni, la presenza delle destre sui movimenti che nascono su internet è totalmente minoritaria. Questo “è”, non voglio farne un giudizio di merito. Internet fa paura poichè, malgrado questa opposizione imbelle, su internet c’è tendenzialmente prevalenza di persone che vedono il mondo da punti di vista differenti, meno attenti alle logiche di mercato, più agli stili di vita e alla informazione di protesta contro il sistema.

        Internet non è uno strumento rivoluzionario, è una idea brillante che può essere utilizzata in maniera rivoluzionaria per modernizzare il paradigma della democrazia rappresentativa, che su internet potrebbe trovare nuovi modi di esprimersi, si presume con più attenzione verso la solidarietà e contro le sperequazioni del liberismo economico.

        La cultura scientifica, non significa governo dei tecnocrati, ma l’utilizzo di un modello (quello del metodo scientifico) che meglio di altri è capace di prendere decisioni sagge, poichè si basa su modelli confutabili e non su atti di fede. E’ la “confutabilità”, per dirla alla Karl Popper, che rende la visione scientifica superiore a quella basata su dogmi. Oggi il dogma imperante è quello del “libero mercato”, e con esso le varie “scienze economiche” che contesto fortemente appartengono al mondo della “scenza”.

        Le scienze economiche non esistono, l’economia utilizza semmai la “matematica” per elaborare dei modelli, spesso assai sofisticati, che cercano di interpretare gli andamenti di mercato, le variabili socio-economiche, etc. Ma non può essere una scenza in senso stretto poichè non si basa sulla sperimentabilità delle teorie che propone.

        La politica DEVE utilizzare le nozioni della scenza, per capire da essa quali scelte sono preferibili ad altre e perchè, ma i politici NON DEVONO essere scienziati, perchè la politica non tratta solo di scelte asettiche ma anche di organizzazione dei rapporti umani, giuridici, sociali.

        Non di meno, sono convinto che se un politico non sa cosa è il primo principio della termodinamica o non conosce i concetti base di misurazione, errore, unità di misura, etc. allora NON è e non sarà mai un buon politico.

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