Meritocrazia.


Meritocrazia.
Tutti concordano, a parole, sul fatto che serva affidarsi alle persone migliori per riportare il treno del Paese sui binari giusti.

La Costituzione è molto chiara.
Per garantire questo principio ed ostacolare i clientelismi, le raccomandazioni e la corruzione, i padri della nostra Democrazia scelsero di scrivere in modo inequivocabile l’articolo 97: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”.

Il concorso pubblico potrà avere i suoi difetti, ma è l’unico strumento che garantisce una selezione di merito, se organizzato secondo regole rigide ed assoluta trasparenza.

Pochi sanno che in Italia esistono decine di migliaia di persone, già vincitrici o idonee, che non vengono chiamate per diverse ragioni: il blocco delle assunzioni, la burocrazia e la volontà di selezionare diversamente il personale.
Forse la più importante è proprio l’ultima.

Praticamente tutte le amministrazioni pubbliche usano contratti precari per una fetta percentuale sempre crescente di dipendenti, scavalcando tranquillamente la nostra carta costituzionale.

I motivi di questa scelta non sono sempre di carattere economico.
Altrimenti non vedremmo casi in cui nonostante autorizzazioni già firmate, denaro disponibile e già destinato e decine di passaggi burocratici adempiuti, i vincitori e gli idonei rimangono comunque in attesa della raccomandata.

Saltando a piè pari i concorsi si superano con estrema agilità anche le garanzie di trasparenza che questi forniscono. Assumendo personale non scelto in maniera trasparente, chi ha in mano le redini può garantirsi potere discrezionale sulla selezione, con tutti i rischi di possibili illeciti che questo comporta.

Come ciliegina sulla torta, vengono poi i concorsi di “stabilizzazione”, che garantiscono enormi vantaggi diretti ed indiretti a chi già lavora in maniera precaria e quindi permettono di fissare a tempo indeterminato scelte fatte incostituzionalmente.

Trovarsi nella situazione di essere vincitore di un concorso, attendere 4 o 5 anni dal bando al risultato e vivere alla giornata per mesi o anni di attesa dalla notizia della propria vittoria, non è affatto semplice.

Vero, i vincitori di concorsi pubblici, sempre più rari, si trovano nella fetta dei più “fortunati”, quelli che hanno una speranza in più di molti altri.
Ma è una speranza guadagnata spesso con anni di sacrifici, di studi, di selezioni, e pure di denaro proprio speso in ricorsi amministrativi.
Vedersi scavalcati da chi probabilmente può annoverare una amicizia strategica, e vedersi lasciati soli dalla gran parte dei sindacati, dal Governo e dal Parlamento, rischia di trasformare la speranza in depressione e sfiducia nel proprio Paese.

Vengono infatti presentati emendamenti bipartisan in Parlamento per assicurare proroghe e deroghe per garantire la continuità ai lavoratori interinali (vedi 1 e 2)

I vincitori e gli idonei rimangono compostamente in fila e si vedono continuamente scavalcati da chi non ne ha il diritto.
Il 20 di Giugno alcuni di questi, organizzati dal Comitato XXVII Ottobre cercheranno di farsi capire e vedere.

Le considerazioni e le richieste di questo comitato sono totalmente condivisibili e probabilmente sarebbero scontate, in un paese normale: Vi invito a leggerle e a diffonderle.

Purtroppo il rischio è che la disillusione porti molti ad arrendersi e a smettere di rivendicare un diritto costituzionale per mancanza di ascolto, ma cambiare si può.

Speriamo di riuscire a rompere il muro di gomma che ci circonda, e far arrivare alla gente la giusta domanda sulla situazione attuale: chi ci guadagna?

8 risposte a “Meritocrazia.”

  1. …chi ieri era contrario alla gara pubblica per l’assegnazione dei servizi pubblici locali, che altro non è che un concorso pubblico per le aziende… mi viene da ridere. E da piangere.

  2. E’ un discorso completamente diverso. Il paragone si potrebbe fare associando privatizzazioni per i servizi pubblici ed esternalizzazione del personale che lavora nelle pubbliche amministrazioni.
    Io sono contrario ad entrambi, quando si tratta di servizi fondamentali, ben comuni che vanno garantiti non in base a logiche di profitto.

    1. Non mi pare di vedere grossa differenza: il concorso pubblico serve a premiare la persona con le competenze più adatte per ricoprire un determinato ruolo, la gara pubblica serve a premiare l’azienda con l’offerta economica-tecnologica-ecc più adatta per svolgere un determinato servizio.

      Sul resto, sono d’accordo sul fatto che esistano servizi che lo Stato deve garantire a tutti, ma fra quei servizi ce ne sono molti che devono essere gestiti da società anche pubbliche perché lo Stato non può garantirli a tutti ricorrendo alla fiscalità generale senza esplodere, ma deve farlo attraverso le tariffe eque e con una gestione che attiri competenze esterne in grado di garantire l’efficienza, l’efficacia e l’economicità del servizio (e le competenze si pagano, non fosse altro per meritocrazia).

      Uno di questi è l’acqua. Due sono le cose che sono state dette sui privati nell’acqua: che l’acqua non arriva e che l’acqua costa molto di più. Nel primo caso si tratta di malagestione e mancata sorveglianza del socio pubblico, nel secondo è una logica conseguenza del fatto che prima l’acqua la pagavamo in bolletta un decimo del costo (il resto con le tasse) – lo dimostra anche il fatto che, nonostante gli aumenti “sproporzionati”, noi (non in media, bensì in base alla tariffa più alta) continuiamo a pagare l’acqua molto meno degli altri, compresi i parigini.

      Quanto di questi aumenti sono finiti nelle tasche dei privati? Mi sono spulciato i bilanci di molte società dell’acqua e la risposta è: poco, molto poco (anche considerando il fatto che fra il 50 e il 60% dell’eventuale utile finiva, finisce e finirà nelle tasche dei comuni).

      Fortunatamente la gara pubblica per l’assegnazione dei servizi pubblici locali si farà comunque, pazienza per la mancata applicazione del comma 8, i parenti, gli amici e i trombati della casta continueranno a mangiare sull’acqua e sugli altri servizi pubblici locali; mentre il capitale dovrebbe essere comunque remunerato in virtù del 117 TUEL (che continua a parlare di adeguatezza della remunerazione del capitale investito) e del dm 1 agosto 1996. Se tutto va male, cambierà poco (in peggio), ma aspettiamo nuove mirabolanti iniziative legislative per fare ciò che i referendum non sono riusciti a fare.

      1. La differenza c’è eccome. E’ chiaro che la gara pubblica è l’unico modo per far concorrere società private per una fornitura pubblica. Ma è discutibile dove posizionare la barra che dice quando un servizio va esternalizzato e quando no.

        In realtà quello che è accaduto in questi anni è un brutto miscuglio, che ha privatizzato i vantaggi e mantenuto in capo al pubblico le parti più onerose.

        Tanto per citarti un paio di esempi: le società che gestiscono lo smaltimento dei rifiuti hanno fatto la corsa per costruire impianti di loro proprietà, per bloccare di fatto i bandi: se vuoi puoi concorrere contro di loro, ma devi farlo con i loro impianti, che loro decidono di affittarti al loro prezzo.

        Un altro esempio è sul potere contrattuale che queste multiutility hanno acquisito. Non si tratta infatti di fare un bando per costruire un palazzo, ma di servizi che necessitano di anni per poter diventare remunerativi. Così succede che i Comuni siano stati tentati da un lato di vendere le proprie reti (che è una cosa gravissima), dall’altro di affittarle con l’offerta dell’unico gestore di fatto disponibile.

        La questione comunque non è così semplice, ed il mio post sui concorsi non c’entrava per nulla…

        1. >le società che gestiscono lo smaltimento dei rifiuti hanno fatto la corsa per costruire impianti di loro proprietà, per bloccare di fatto i bandi

          E chi glielo ha permesso?

          >servizi che necessitano di anni per poter diventare remunerativi. Così succede che i Comuni siano stati tentati da un lato di vendere le proprie reti (che è una cosa gravissima), dall’altro di affittarle con l’offerta dell’unico gestore di fatto disponibile.

          Qui non ho capito di che stiamo parlando: le multiutility che monopolizzano il mercato, da quanto ne so, sono tutto fuorché private, che gestiscono servizi assegnati dai Comuni a sé stessi. Pure qui c’è un problema di volontà politica, prima di parlare di tutto il resto. Di gare pubbliche vere non ce ne sono ancora state.

          >il mio post sui concorsi non c’entrava per nulla

          A me premeva sottolineare la doppiezza del ragionamento: qualunque ruolo/servizio per cui è possibile farlo, deve andare alla persona/azienda che più se la merita attraverso una procedura trasparente. Se accetti lo spoil system nei servizi pubblici, poi non ti puoi lamentare delle “amicizie strategiche” (anche perché se assegni un tal servizio all’azienda di fiducia, poi puoi chiedere all’azienda di ricambiare facendo assumere un Trota invece di un tizio che si è fatto in tre per studiare – lo spoil system è una cosa virale, e in un Paese di infima moralità come l’Italia, io eviterei di dargli spazio).

          1. > E chi glielo ha permesso?

            I rapporti di forza. Le società che gestiscono questi servizi quando diventano grandi hanno molto più potere dei singoli comuni che devono bandirli, e gli ATO non sono che uno strumento fittizio perché non hanno dimensione, personale e controllo dei cittadini tali da poter contrapporsi a queste multiutility.

            Così si fanno dire un prezzo (facciamo 10 per semplicità) per un servizio. Pubblicamente la società chiederà 12, l’ATO stabilirà che quello giusto è 10. La società avrà quello che chiede, l’ATO potrà dire di aver contrattato. E tutti vissero felici e contenti.

            1. Perdona, la questione delle società dei rifiuti non l’ho approfondita, se puoi nominami qualche società sicché posso fare tutte le verifiche del caso prima di parlare a vanvera. Resta, in linea di principio, che l’apertura alla concorrenza dovrebbe evitare quel che esprimi nel secondo paragrafo.

              Io torno un attimo a quel “chi glielo ha permesso?” in riferimento alle società dell’acqua: in quei casi c’è stata sufficiente volontà politica per far entrare i privati (in minoranza) o come apportatori di know how e capitale (ACEA) o come apportatori di solo capitale (Hera). I guai che poi possono esserci io li imputo prima di tutto al pubblico, in altre parole dove tu vedi una vittima, io ci vedo un complice.

              1. Facevo riferimento alle società che smaltiscono rifiuti parlando della questione della proprietà degli impianti.

                Ad ogni modo la verifica che puoi fare è un controllo sulle proprietà degli impianti, ad esempio degli inceneritori ed una analisi di come potrà inserirsi un regime di libera concorrenza quando i servizi, che necessitano di quegli impianti, verranno banditi.

                Sul discorso degli ATO, ovviamente le mie sono supposizioni basate sull’analisi dello strumento e sulle dimensioni organizzative e dei rischi che questo comporta. Può anche non essere mai avvenuto, e se ne avessi le prove le porterei nelle sedi opportune. Però il ragionamento politico va fatto prima, ostacolando i rischi e non lasciando varchi aperti nei sistemi.

                Chi controlla chi? Chi è il controllore? In che rapporti è rispetto al controllato? Chi verifica il controllore?

                Per quanto riguarda il discorso vittime/complici, sono in parte d’accordo con te. Nel senso che questi problemi erano evidenti fin dalla decisione sulla struttura della gestione dei servizi.
                Quindi chi ha deciso come andavano strutturati, è stato complice. Però le amministrazioni cambiano, le decisioni hanno invece strascichi più lunghi, quindi se una parte del pubblico è complice la parte più importante della cittadinanza (che non ha deciso) è sicuramente vittima.
                In mezzo c’è anche chi prima se n’è fregato, e poi si lamenta.

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