2 risposte a “Mi dimetto ma non mollo”

  1. Quello che l’Europa ci chiede – Chi lo farà ? Lettera aperta alla nostra classe dirigente

    Egr. Onorevoli e Senatori,
    vi scrivo ancora motivato dalla crescente preoccupazione per la situazione dell’Italia.
    Le dimissioni a scadenza presentate dal Premier presuppongono che venga prima varato il maxi-emendamento alla legge di stabilità per dare una risposta all’Europa ed ai mercati.

    La mia domanda, che dovreste interpretare come una esortazione, è se sia possibile che si crei un clima di onesta e rispettosa convergenza per arrivare ad una rapida approvazione di quanti più interventi possibili su questi temi.
    Esorto direttamente voi Onorevoli e Senatori affinché vi facciate promotori nei confronti dei vostri partiti per evitare che i soliti veti incrociati a protezione degli interessi del proprio elettorato di riferimento siano messi da parte.
    Sarete in grado di fare scelte scomode mettendo da parte per un attimo presunzione e preconcetti ?
    Qualcuno di voi può rinunciare a qualcosa a favore degli altri in un reale e fruttuoso confronto su questi temi ?
    Credo che tutti i cittadini potranno comprendere e accettare le scelte impopolari che siete chiamati a fare se:
    – Le scelte non saranno viziate dalla mancanza di coraggio e dalla imposizione di veti su questo o quell’intervento
    – Le scelte saranno studiate e mirate per avere il massimo effetto

    Lettera completa visionabile su http://impegnoattivo.altervista.org/pagina-554043.html

    1. In realtà la BCE e l’Europa dovrebbero darci degli obiettivi, non indicarci le misure da intraprendere per raggiungerli.

      Dici che queste riforme in molti “sanno essere indispensabili o quanto meno opportune”, ma in realtà ad essere indispensabili o solamente opportuni sono semplicemente gli obiettivi sulla nostra spesa pubblica e sul debito.

      Quindi non è assolutamente scontata, e non deve esserlo, l’applicazione di queste imposizioni, che per quanto mi riguarda sono da rigettare in toto sia per il metodo sia per il merito.

      Prendendo solo ad esempio l’abolizione delle Province, mi chiedo se questo che è diventato uno slogan sia veramente razionalizzato e compreso nella sua interezza. Le province hanno un ruolo, che si può discutere, ma non si può eliminare con un colpo di penna. Quello che oggi fanno le Province andrebbe ridistribuito sui Comuni, con minori economie di scala. Perché allora non pensare a cancellare i Comuni e spostare in Provincia le loro funzioni? Perché non abolire le Regioni e ripensare al federalismo in maniera complessiva, evitando il proliferare di livelli legislativi che aumentano solo la burocrazia?

      Non sto dando soluzioni facili, perché non ce ne sono. Ma sto dicendo che bisogna tornare alla vera politica, guardando dentro le cose e chiedendo il voto su proposte concrete.

      Altrimenti rimettiamo pure in discussione anche il concetto di democrazia, tanto indipendentemente dalle nostre scelte quelle più importanti verranno prese dalla Borsa e dall’Economia, al posto nostro.

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