9 risposte a “Lo stipendio di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo”

  1. Post privo di senso e un po volgare, cosa vorrebbe forse insinuare, che sono troppo ricchi perché vendono troppi libri ? Che il possesso di denaro implica disonestà intellettuale ? O forse che sono dei poveretti e quindi attendibili ? Boh!

    1. Beh, visto che parlano sempre di caste, e visto che il loro quotidiano ha preso soldi pubblici in quantità, vorrei sapere quanti di questi soldi vanno a loro.

      Per quanto riguarda i libri ed altre attività del tutto private e prive di contributi, possono aver fatto miliardi che non mi interessa.

      Facciamo l’ipotesi (ovviamente è una ipotesi, non sapendolo vado per assurdo) che guadagnino 20’000 euro al mese dal Corriere della Sera, che a sua volta ha contributi dallo Stato (se non erro indiretti). Non sarebbe almeno paragonabile agli alti funzionari pubblici (non politici) che prendono fior di quattrini per il loro lavoro?

      Io penso che la ricchezza non sia indice di disonestà, e penso che una persona che vale tanto possa prendere tanto anche dallo Stato, come da qualsiasi altra azienda privata. Sono loro a puntare il dito contro queste situazioni, e per questo motivo dovrebbero essere i primi ad essere inattaccabili.

      Vedi il Fatto Quotidiano, che vive senza contributi statali. Potrebbero andare a scrivere lì, e guadagnarsi tutto quello che meritano.

      La stortura dei contributi dell’editoria è anche non aver distribuito quei soldi in maniera equa a chi fa vero giornalismo…

  2. Scusate la mia ignoranza. Ma se è vero che una parte del loro stpendio derva da soldi pubblici, perchè quella parte di stipendio non sono obbligati a renderla pubblica?

    1. Ci sono moltissime attività che beneficiano di fondi pubblici. Pensa ad esempio a tutti i contributi per il metano: dovrebbero forse obbligare tutti i meccanici installatori a dichiarare pubblicamente il loro stipendio?

      Non sarebbe nemmeno auspicabile…

      1. Non mi sembrano uguali le 2 cose, però ripeto sono ignorante purtroppo.

        Se do tot al Corriere della Sera, chi decide poi come spartire quel tot? Nel senso, chi decide quale e quanta parte viene investita nella distribuzione del giornale e quale quanta parte invece viene investita in stipendi di giornalisti e manager(e vari altri impieghi che servono ad un giornale). Infine una volta deciso quanta parte di soldi pubblici finiscono nello stipendio di un manager, perchè la medesima parte non può venire resa pubblica?
        E’ forse un rischio per l’incolumità della persona stessa?

        1. Nel caso del Corriere della Sera il discorso è più complesso, perché i contributi sono indiretti.

          Ad ogni modo, i bilanci hanno entrate ed uscite, e ad una entrata non coincide una uscita.

          Così, anche volendo saperlo (e ripeto che io sarei contrario all’obbligo), una imposizione sarebbe inutile.

          Faccio un esempio.
          Un quotidiano prende 3 dalle vendite delle copie, 3 dallo Stato in forma di contributi diretti o indiretti, 4 dalle pubblicità.
          Potrebbero benissimo far risultare che gli stipendi sono pagati con la pubblicità e le copie (7), e lo Stato finanzia la distribuzione (3).
          E sarebbe lo stesso risultato se dicessero che i gli stipendi vengono pagati con pubblicità e Stato, mentre le copie pagano la distribuzione.
          Non cambierebbe ai fini contabili, quindi farebbero risultare quello che è più conveniente.

          In termini di trasparenza potremmo richiedere che i bilanci dei quotidiani che prendono contributi fossero pubblicati online, in modo tale da sapere non solo quanto vengono pagate le persone (se per esempio il 95% va al direttore ed il 5% ai giornalisti), ma quanto prendono dalle pubblicità (ad esempio se un giornale si paga per il 95% dalle pubblicità dell’ENI, quando leggo o non leggo qualcosa su questa azienda in quel giornale so che dietro ci sono legami che avrebbero potuto finanziare il quotidiano).

          Se non sbaglio quest’ultimo argomento è stato il motivo del litigio tra Grillo e Travaglio: una pubblicità poco gradita.
          Ma qui sicuramente ne sa più Paolo.

  3. Non capisco per quale motivo non si possa esprimere critiche alle istituzioni, qualora si percepiscano fondi pubblici. Secondo questo principio, un dipendente pubblico, quindi pagato con le nostre tasse, non si potrebbe permettere di criticare pubblicamente il proprio governo, senza magari esibire il suo 740, oppure non dovrebbe neppure per assurdo avere il diritto di voto ?
    Prendere soldi pubblici non è un reato, dipende tutto da come sono spesi questi soldi e da quanta accettazione i cittadini hanno nel criterio con cui vengono elargiti. Se potesse esserci oggi un vero referendum, stravincerebbe chi vuole che i giornali si finanzino da soli, anche se non sarebbe totalmente giusto, perchè una informazione plurale deve essere sostenuta in quanto arricchimento della democrazia. Ma anche finanziamenti a pioggia su base “manuale cencelli” è altrettanto ingiusta.

    Fare le pulci a chi prende soldi pubblici, come misura della coerenza di ciò che srive, mi sembra abominevole, la stessa energia dovrebbe essere spesa affinchè il cittadino possa decidere se gli stessi soldi pubblici sono spesi correttamente oppure no, infatti non ci è concesso di farlo.

  4. Non ho detto che non possono criticare le istituzioni, è un diritto costituzionale, figuriamoci!

    Quello che ho detto, e ti prego di non collegarci dietro ragionamenti non miei, è che parlando esclusivamente della spesa pubblica nei confronti delle “caste”, e trovandosi partecipi di uno dei sistemi di finanziamento pubblico meno equi e
    popolari, sarebberi più credibili offrendo per primi la trasparenza che chiedono agli altri.

    Del resto siete voi grillini a chiedere l’abolizione dei finanziamenti alla stampa, dovreste per primi chiedere trasparenza a chi fa informazione. Per me fatti adeguati aggiustamenti dovrebbe rimanere!

    Detta in altri termini, chi decide chi sono le caste? Chi decide se sono inclusi gli stenografi del parlamento e non i caporedattori dei quotidiani più finanziati?

    Poi loro sono liberi di fare come vogliono e scrivere in libertà, io sono libero di giudicare la loro credibilità su questi temi anche in base alla loro trasparenza, e pensare che forniscano una visione parziale e soggettiva del problema.

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