Alessandro Ronchi

Agricoltura

WWF : “A rischio 8,3 miliardi di fondi UE a causa della caccia nelle ZPS”

Pubblico un comunicato proveniente dal WWF a mio parere molto interessante:

I fondi per lo sviluppo rurale sono vincolati al rispetto delle Direttive dell’Unione Europea

L’Unione Europea potrebbe bloccare l’erogazione all’Italia di 8,3 miliardi di euro, stanziati come fondi per lo sviluppo rurale e l’agricoltura per i prossimi sette anni, a causa del contenzioso tra l’Italia e l’Europa sulla pessima applicazione in Italia delle Direttive Europee in materia di conservazione e tutela della fauna selvatica e della biodiversità. Questa la probabile conclusione, secondo il WWF, se l’Italia non adeguerà la propria normativa in materia di conservazione della biodiversità.

Come noto la tutela della biodiversità rappresenta per l’Unione Europea uno dei temi strategici della nuova programmazione dei fondi agricoli 2007-2013 e costituiscono quindi un vincolo oggettivo per l’approvazione dei programmi di sviluppo rurale. In altre parole, se l’Italia non garantirà immediatamente la modifica delle proprie leggi e, soprattutto, il rigido controllo sull’operato delle Regioni in materia di tutela della fauna selvatica e di caccia, l’UE potrebbe bloccare, da gennaio 2007, l’approvazione e l’erogazione dei fondi per l’ agricoltura al nostro Paese. L’Italia si troverebbe a dover far fronte comunque agli obblighi comunitari di attuazione della Rete Natura 2000 e delle misure per la biodiversità previste, ma senza l’aiuto europeo.

Dopo la procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea nell’ aprile 2006, il Governo ha dovuto approvare d’urgenza un decreto legge che prevede misure di controllo dell’attività venatoria ed altre attività impattanti nelle “zone di protezione speciale” (ZPS), aree vincolate dall’Europa per la conservazione degli uccelli selvatici, e riporta le normative italiane nei limiti stabiliti dall’Europea rispetto alla cosiddetta ‘caccia in deroga’ a specie protette.

Il Decreto legge, ora in discussione alla Camera dei Deputati per la conversione in legge, potrebbe ora essere modificato in senso peggiorativo a causa delle pesanti pressioni del mondo venatorio e delle regioni italiane.
“Ritengo veramente intollerabile che un’infinitesima minoranza della popolazione italiana (meno dell’1 % di cacciatori) possa pretendere di disporre a piacimento, e per puro ‘divertimento’, della fauna selvatica che è, secondo le leggi italiane ed europee e la Corte Costituzionale ‘patrimonio indisponibile dello Stato’ e ‘valore trasversale’. Ancora più grave se, Parlamento Governo e Regioni cederanno a queste pressioni e causeranno la perdita di 8 miliardi di euro agli agricoltori italiani.” – conclude Fulco Pratesi del WWF Italia -“La soluzione migliore per tutelare la fauna selvatica sarebbe vietare la caccia, come succede in alcuni paesi europei, e limitare altre attività impattanti nelle ZPS; se questo non fosse possibile nell’immediato, una mediazione ancora accettabile resta il testo dell’attuale decreto del Governo, che pure fa concessioni e aperture rilevanti all’attività venatoria.”

Biomasse e Filiera Corta

Biomasse. Questa parola sembra essere il cavallo di battaglia di chi pensa di risollevare l’agricoltura dalla sua crisi strutturale. Così, da un giorno all’altro, vengono presentati tre progetti di nuovi inceneritori di biomasse, tutti nella stessa area, troppo vicini alle abitazioni ed alle altre fonti di inquinamento. Uno di questi tre progetti è già stato presentato nel 2004 a Finale Emilia (MO), dove è stato respinto, ed ora viene riproposto da noi in quella che, secondo alcune menti “illuminate”, dovrebbe diventare il primo polo per le biomasse d’Italia. Basta il buon senso per capire che questa non è la soluzione al problema della nostra agricoltura, ma una proposta temporanea che rischia di compromettere in maniera definitiva il grosso patrimonio che abbiamo accumulato con il tempo: l’esperienza e la capacità dei nostri agricoltori.

Le biomasse sono una fonte energetica da non scartare a priori, ma qualsiasi persona ragionevole capirebbe che non ha senso, in vista del prossimo continuo aumento del costo del petrolio, importare il cibo da paesi lontani e sfruttare i nostri campi solo per bruciarne il raccolto.

Questo è un problema tremendamente serio, che andrebbe affrontato con i dovuti approfondimenti: nel terzo millennio non possiamo affidare la nostra alimentazione alle incognite legate all’assenza di controlli e di diritti dei lavoratori dei paesi dai quali stiamo importando cibo e patologie, e non lo sarebbe nemmeno se ignorassimo i più banali criteri di precauzione per tutelare la nostra salute. Anche sul piano economico, basta pensare al continuo aumento del prezzo dei combustibili dovuto alla continua espansione della domanda ed al superamento del picco di produzione, che andranno a pesare sul trasporto delle merci e quindi sui prezzi al consumo.

Invece di investire sulle ristrutturazioni necessarie a consumare meno energia per ottenere gli stessi confort, come ad esempio avviene in Germania, cerchiamo affannosamente di costruire grosse centrali, che hanno l’unico scopo di far guadagnare poche persone a scapito di tutte le altre.
In questo modo saremo sempre costretti a rincorrere le falle ed a tappare i buchi di una gestione dell’energia che fa acqua da tutte le parti.

In questi giorni è stato detto da più parti che l’agricoltura biologica ha retto la crisi meglio delle altre tipologie di produzione. I Verdi propongono e sponsorizzano da anni un sistema agricolo che prediliga la filiera corta e la produzione di qualità allo stesso prezzo di quella attuale, ma con maggiori garanzie per la salute, per i lavoratori, per l’economia.

Questa sarebbe la soluzione adatta alla crisi del settore: meno importazioni dai paesi che non hanno adeguati controlli, prezzi onesti perché dettati solo dai costi di produzione e non da troppi passaggi intermedi, meno sprechi di energia per il trasporto a lunga distanza.

Se utilizzeremo tutti i nostri campi per produrre materiale da bruciare rischieremo da un lato di mettere la nostra economia locale al giogo degli incentivi incerti e temporanei, la cui sospensione causerà il fallimento immediato di queste produzioni, dall’altro perderemmo tutte quelle capacità che i nostri agricoltori hanno accumulato negli anni.

Per fare questo servono politiche coerenti a tutti i livelli istituzionali, che guardino al medio-lungo periodo con intelligenza: non possiamo più rimandare le soluzioni serie, semplici ed efficaci, altrimenti ci troveremo in una crisi ben più grave di quella attuale. Spostiamo gli investimenti sperperati sulle grandi opere più inutili in aiuti concreti al rilancio della nostra economia, ed otterremo risultati migliori di quelli che ci hanno accompagnato negli ultimi anni.

Biomasse: le grandi centrali sono fuori gioco

(Bologna, 12 luglio 2006)- Due importanti convegni hanno affrontato il tema dell’utilizzo delle biomasse per fini energetici:uno promosso dalla regione Emilia-Romagna sulla forestazione ed uno promosso dalla CGIL sul tema bieticolo-saccarifero.

Ad entrambi ha partecipato la capogruppo dei Verdi in Emilia-Romagna Daniela Guerra, intervenendo in merito alla possibilità di utilizzare biomasse per impianti energetici.

“Le grandi centrali a biomasse (20,30,40 MW) che i privati stanno proponendo ad alcuni Enti locali (Conselice, Russi, Finale Emilia) non rispondono a logiche di filiera e non hanno nessun legame col territorio. Le rese per ettaro, sia quantitative che economiche conducono inevitabilmente al reperimento sul mercato estero dei materiali da bruciare, con buona pace della riconversione dei nostri agricoltori che dell’ambiente, sul quale graveranno i costi di trasporto.”

Diverso il discorso per piccole “caldaie” che utilizzano le biomasse per produrre calore, magari dotate di sistemi di microgenerazione in grado di produrre anche energia elettrica.

No, dunque, a scelte estemporanee che rincorrono esclusivamente i certificati verdi e che inevitabilmente nel futuro, cessando gli aiuti, si rivolgerebbero al “combustibile” più a buon mercato, ovvero i rifiuti.

“E’ un peccato – conclude Guerra- che impianti insostenibili come quelli proposti inficino la possibilità di lavorare con serietà al tema delle biomasse e dei biocarburanti nell’ambito dello sviluppo delle fonti rinnovabili associate alla riduzione degli sprechi.”

Lettera sulle biomasse

Il testo che segue è scaturito da un incontro con gli istituzionali chiamati direttamente in causa nella Provincia di Ravenna.
In allegato un documento già inviato alla Federazione Nazionale dei Verdi in febbraio.
Nella nostra Provincia stanno proliferando richieste per centrali di incenerimento di biomasse, senza la verifica preventiva della necessaria produttività locale.
Si profila invece, a priori, l’ipotesi di chiedere maggiori sovvenzioni comunitarie per le produzioni agroenergetiche.
Questo riguarda non soltanto gli zuccherifici soggetti a dismissione, ma altri impianti già esistenti, di cui si richiede l’ampliamento.

Il ricatto occupazionale è una costante a cui gli amministratori devono trovare, nell’urgenza, valide alternative.
Facciamo notare che difficilmente la produzione agricola locale è in grado di sopperire all’alimentazione di queste centrali (mentre sappiamo che, in centrali simili già esistenti, sono bruciati rifiuti, quando manca il materiale prodotto in zona) e che in alcuni casi (Unigrà di Conselice, Oleificio Tampieri di Faenza) già si prospetta l’importazione di oli tropicali.
L’utilizzo dei contributi comunitari e dei certificati verdi sarebbe un guadagno iniziale per i soli imprenditori, mentre l’inquinamento atmosferico, la modifica del traffico stradale legato al trasporto,  gli effetti sulle risorse idriche,l’aumento degli effetti della combustione -che noi, in pianura padana, non possiamo assolutamente permetterci – e ancora altro, sono tutti da considerare.

La situazione locale, dove ad esempio già sono sperimentate piccole centrali per la produzione di biogas in allevamenti zootecnici, favorirebbe sbocchi diversi dell’utilizzo delle biomasse, senza impoverire i terreni (come invece avverrebbe con l’incenerimento) anzi
arricchendoli.

Gli istituzionali nei Comuni della  Provincia di Ravenna stanno affrontando quella che si prospetta come una vera emergenza, per cui chiediamo un sostegno effettivo con atti concreti a cui appoggiarci, come per esempio l’informazione puntuale su quanto avviene in Regione e nei Ministeri.

Alleghiamo intanto un documento condiviso, che parzialmente modifica (con una puntualizzazione importante) quello inviato a febbraio e su cui avemmo risposta dal Dott. Fabrizio Fabbri, senza, peraltro, alcun seguito.
In attesa di una risposta in tempi brevi, ringraziamo.

Per la Federazione Provinciale:
Isa Mariani – coordinamento istituzionali della Provincia di Ravenna

Stefano Argnani – Assessore Comune di Faenza
Gianluigi Castellari – Assessore Comune di Russi
Luciano Lama – Consigliere Comune di Conselice
Riccardo Morfino – Consigliere Comune di Russi
Alberto Visani – Consigliere Comune di Faenza

BIOMASSE E AGRICOLTURA

A fronte di un’agricoltura che a livello locale, ma non solo, versa in stato comatoso e in assenza di una qualsivoglia prospettiva di rilancio produttivo, si moltiplicano  sul nostro territorio le iniziative e i progetti di valorizzazione delle biomasse agricole per scopi energetici:
ampi territori rurali, come quello di Russi ad esempio, dove la pesante riorganizzazione del settore saccarifero ha portato alla chiusura del locale stabilimento saccarifero, guardano pertanto con estremo interesse all’evolversi di  questi progetti che potrebbero creare nuove opportunità per il settore primario e per l’indotto collegato.

” Va però fatta anche un’ulteriore considerazione: le biomasse sono da considerarsi una fonte rinnovabile? E come incidono sui cambiamenti climatici (produzione di CO2?)L’utilizzo delle biomasse va considerato rinnovabile se quanto sottraggo all’ambiente naturale o agricolo corrisponde a quanto nuovamente sarà riprodotto: in un anno posso togliere all’ambiente tanti quintali di biomassa, quanti in quell’anno l’ambiente riprodurrà o naturalmente o artificialmente (coltivazioni agricole o riforestazioni). Non è rinnovabile la deforestazione del sud del mondo o il disboscamento delle nostre montagne.
Per la CO2 il problema è un po’ più complicato. Infatti, teoricamente, se tanti sono i quintali che si bruciano quanti quelli che si producono annualmente, la CO2 prodotta dalla combustione sarà circa uguale a quella inglobata dalle piante, grazie alla fotosintesi. Tuttavia, se consideriamo che le coltivazioni (erbacee o arboree) richiedono impiego di fertilizzanti chimici di sintesi e fitofarmaci, oltre a macchine agricole e trasporto dei prodotti, ciò significa che sono richieste grandi quantità di energia di origine fossile che produce CO2. Pertanto il bilancio non è più in equilibrio, perché vi è una produzione netta di CO2 a causa dell’impiego di energia fossile, non rinnovabile: le biomasse utilizzabili devono dunque essere o naturali o prodotte biologicamente.” (G.Tamino)

E’ parere diffuso inoltre che l’uso migliore delle biomasse, dal punto di vista dell’efficienza energetica del processo,  non sia la conversione in energia elettrica, ma piuttosto la trasformazione in energia termica, cioè in calore, oppure la produzione di combustibili
solidi (pellets), liquidi (biodiesel, etanolo) o gassosi (biogas), meglio ancora se queste produzioni sono integrate fra loro.

Vogliamo dunque ricordare che un impianto per produrre energia da biomasse, del tipo di quelli prospettati sinora,  altro non è che un inceneritore, e per questo crediamo che sia bene subito sgombrare il campo da una serie di equivoci,  anche per non illudere il mondo
agricolo disorientato e numerosi lavoratori dal futuro incerto,  pronti a dar fiducia a progetti ancora poco chiari.

Quello che va assolutamente evidenziato è che per la produzione di energia elettrica da biomasse, un impianto di media grandezza deve poter produrre almeno 10 o 12 Mw ,   ciò richiede la disponibilità, nei dintorni ,di  terreni coltivati appositamente per ricavare almeno 10.000 tonnellate di legno all’anno, con tutto quello che ciò comporta, dai costi del trasporto, fino ai costi stessi delle biomasse che in Italia non sono paragonabili a quelli irrisori dell’Est Europa, che già approdano al porto di Ravenna  mettendo  in dubbio le possibili rendite dei coltivatori locali.

Osservato che il processo di conversione delle biomasse in energia comporta grosse perdite  di rendimento, ci chiediamo innanzi tutto quanto l’industria può pagare all’agricoltore le biomasse appositamente coltivate: i dati disponibili segnalano che in assenza di sostegni alle produzioni, questo prezzo pagato  resti troppo basso per stimolare l’agricoltore a modificare i propri piani colturali.

Posto poi anche che un impianto da 10 Mw individui un favorevole bacino produttivo di circa 1.000 ettari  che ne  assicuri l’attività, vorremmo garanzie che in caso di carenza di biomassa non si ricorra a scorciatoie pericolose, fra le tante attualmente sul mercato, e primo fra tutti il CDR, ossia Combustibile Da Rifiuto che altro non è che rifiuto urbano
triturato e imballato, nel quale più derivati dal petrolio (plastica) sono presenti  più resa calorifica ottiene.

Per quanto detto non escludiamo che esista una possibilità di impiegare proficuamente le biomasse: basti pensare all’uso termico domestico e condominiale, o al pellet, un combustibile ecologico prodotto pressando la polvere derivante dalla sfibratura dei residui legnosi. In Svezia , dove il pellet è incentivato,  se ne consumano circa 1 milione di
tonnellate all’anno. Bisogna anche guardare con attenzione alla produzione di bio-carburanti che vanno però debitamente incentivati e resi obbligatori per norma. Restiamo perplessi invece per le generiche e frettolose prospettive di riconversione industriale apprese dalla stampa e  da qualche Amministratore poco informato.

Fattorie aperte 2006

Avvicinare i cittadini alla campagna, guidarli nel riscoprire il legame che esiste tra la terra e la tavola attraverso la conoscenza delle nostre produzioni agroalimentari: è nato con questo obiettivo, nel 1999, il progetto “Fattorie aperte ai consumatori”, promosso dalla Regione Emilia-Romagna in collaborazione con le Amministrazioni provinciali e l’Osservatorio Agroambientale di Cesena, iniziativa che arriva oggi alla quinta edizione.

Nell’anno 2006 le domeniche interessate dall’iniziativa sono, a livello regionale, il 14 e 21 maggio.

Ci sarà l’occasione per trascorrere una giornata diversa dal solito, alla scoperta della campagna e delle aziende agricole, in mezzo al verde, passeggiando nei campi, osservando da vicino gli animali e, soprattutto, assaggiando i prodotti tipici delle nostre terre, magari coltivati secondo le regole dell’agricoltura biologica e integrata.

Questa iniziativa è molto importante per conoscere e valorizzare i sapori e la cultura del mondo rurale, in un momento di grande attenzione per la sicurezza alimentare, per il rispetto della natura e dell’ambiente.

I consumatori hanno perso da troppo tempo il legame con il mondo della produzione agroalimentare, e comprendere i meccanismi di produzione può servire a riannodare quel filo spezzato, e recuperare un rapporto sereno con il cibo e la natura.

Anche perché è l’azienda agricola, che si presenta come luogo di produzione, ma anche come custode del territorio, l’attore principale di questo processo di comunicazione di conoscenze ed esperienze.

Lista delle fattorie aperte al pubblico nel nostro territorio

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