Mantellini: Memorie del dinosauro

Un bellissimo post di Mantellini che vi consiglio di leggere:

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso di andare a Roma: quasi sempre arrivo in treno alla Stazione Termini. Oggi dopo aver letto un post di Vic su Friendfeed ho passato un po’ di ore in rete a fare ricerche sulla principale stazione ferroviaria della Capitale di cui non sapevo molto. Ho scoperto cose che probabilmente molti di voi sanno già, per esempio che la parte ondulata della stazione che si affaccia su Piazza dei Cinquecento è chiamata il dinosauro. Poi ho scoperto che l’ultima versione di Termini è stata completata nel secondo dopoguerra dopo una gara fra diversi progetti che creò molte polemiche

viaMemorie del dinosauro (A cosa serve Internet 4) – manteblog.

Il partito del popolo della rete

Giovedì il “popolo della rete” protesta contro la norma ammazza blog.

Come ha scritto giustamente Mantellini in un suo recente articolo, non esiste più un popolo della rete. Questa idea di una separazione etica, politica ed ideologica tra chi usa la rete e chi non lo fa è un retaggio che ci portiamo dietro dal passato.

Dieci, quindici anni fa probabilmente aveva un senso. C’era chi usava Ebay USA perché quello italiano ancora non esisteva, chi usava la posta elettronica disconnettendosi tra lo scaricamento dei messaggi e l’invio delle risposte, chi chattava su IRC.

L’insieme delle persone che è entrata per prima su internet era selezionato, sia sulla base delle possibilità economiche sia sulla base delle conoscenze (dirette o indirette) che ne permettevano l’utilizzo.

Allora, sebbene generalizzare troppo sia sempre sbagliato, questa nicchia meritava forse un suo nome. Un po’ come l’insieme di chi in questi ultimi anni ha deciso di spegnere definitivamente la TV. Il popolo che ha mandato a cagare il digitale terrestre.

Sicuramente non tutti già allora avevano una idea comune, ma il popolo della rete esisteva, piuttosto ignorato dal resto dei media.

Oggi qualsiasi iniziativa nasca dal web è fatta dal “popolo della rete”. Così se qualcuno fondasse un partito del “Popolo della Rete”, probabilmente verrebbe citato gratuitamente per anni a venire.

Io faccio parte del popolo della rete per definizione: internetdipendente, ho un blog dal 2003, sono registrato con scarso interesse a tutti i social network, ho fatto del web il mio lavoro.

E nonostante condivida le ragioni di questa specifica protesta contro la norma ammazza blog, non sempre condivido quello che viene attribuito al “popolo della rete”.

Anche perché il “popolo della rete” oggi rappresenta ormai il 50% della popolazione italiana, secondo l’Istat. La maggioranza, non più una nicchia.

Quindi i giornalisti dovrebbero evitare questa definizione e trovarne altre più consone, a meno che tutto quel 50% non sia compatto ed in contrasto con il restante 50%.

Anche chi non usa internet potrebbe essere contrario ad una legge che obbliga la rettifica anche nei confronti di affermazioni vere e verificate fatte su internet (perché dovrei rettificare una cosa vera?), e qualche utente del web potrebbe tranquillamente essere favorevole o indifferente.

L’uso di definizioni studiate a tavolino è uno strumento fondamentale e pericolosissimo, capace di muovere consenso e dissenso. Non dimentichiamoci che è bastato l’aggettivo radicale appiccicato ad arte su alcuni gruppi politici per eliminarli dal Parlamento italiano.

Facciamo così, d’ora in avanti potrete usare questo nome a patto che chiediate il consenso a tutti gli utenti del web, ogni volta. Ok?