Considerazioni sul risultato delle primarie

Le primarie del centro-sinistra sono state un gran successo per la coalizione: più di 4 milioni di persone hanno deciso di votare, pagando almeno un euro, per dare il loro consenso ad uno dei candidati leader per l’Unione.
Il plebiscito di Prodi insegna diverse cose: l’organizzazione dei partiti che lo hanno sostenuto, la grande voglia di unità sentita dai cittadini, il grande dissenso contro l’attuale governo di Berlusconi, delle sue leggi ad personam e delle riforme elettorali tagliate per ottimizzare i risultati a fronte di uno scenario sfavorevole per il centro-destra.
I cattivi risultati di tutti gli altri candidati non sono un cattivo risultato delle espressioni dei vari partiti che li hanno sostenuti, ma un segnale della assoluta necessità di fare fronte comune verso i problemi attuali, senza litigate televisive (vedi la trasmissione Alice della settimana scorsa) tra coloro che insieme dovranno governarci fuori da questa stagnazione politica, prima che economica, che attenaglia tutto il nostro Paese.

Nel contesto il voto per Pecoraro è stato molto più scarso di quello che mi aspettavo, molto al di sotto delle percentuali dei votanti dei Verdi. Questo, secondo il mio parere, è stato causato da molti fattori:
– Le elezioni si fanno per vincere, non per partecipare. Pecoraro invece voleva sostenere Prodi, visto giustamente come il futuro leader che avrà la capacità e l’opportunità di vincere le elezioni
– Pecoraro ed i Verdi sono stati incapaci di farsi sostenere da un movimento lobbystico positivo, costutuito dai cittadini e dalle categorie economiche che possono trarre vantaggio dalle politiche del Sole che Ride (chi coltiva biologico in Italia, chi lavora nel settore delle energie rinnovabili, delle medicine alternative, etc.)
– Con il basso numero di iscritti, i Verdi hanno dimostrato difficoltà nel radunare le persone, come invece hanno saputo fare i grossi partiti storicamente radicati nei territori.
– I Verdi hanno dimostrato di spendere troppe energie per avvicinarsi a movimenti ed associazioni che ne vincolano discorsi e politiche, ma che portano scarsi risultati elettorali a causa della loro natura anti-rappresentativa (come dimostrato dalle velleità arcobaleno pre-primarie e dalla difesa del Candidato senza volto nella trasmissione Alice).

A Forlì il dato è peggiore di quello medio nazionale, a differenza di quanto accade di solito. E’ un segnale che dovremo analizzare e saper interpretare, per migliorare.

Un dato che sarà certamente da tenere presente, quando ci sarà bisogno dei Verdi per risolvere i problemi della nostra città: probabilmente bisognerà uscire dall’idea comune dell’associazione di soccorso ambientale, che aiuta nel momento del bisogno (dal piccolo albero che vogliono tagliare alle grosse battaglie contro politiche energetiche e dei rifiuti), ma che al momento del voto vede scarsi risultati, a differenza di chi fa facile populismo e demagogia.

La soluzione certamente non può stare nell’avvicinarsi alle politiche dei partiti dell’attuale opposizione forlivese, che facendo leva sulle preoccupazioni della gente cercano di attirare consenso, ma che al momento delle decisioni sono sempre poco interessati alle preoccupazioni di cui si fanno ora portavoci. L’esempio delle discussioni sull’inceneritore, nei consigli e nelle commissioni consiliari, è esplicativo: in presenza di pubblico alcuni partiti cambiano radicalmente posizione.

Fino a quando vivremo in una democrazia rappresentativa i Verdi dovranno scegliere se diventare un vero partito, stabilendo linee politiche chiare ed omogenee in tutt’Italia, sulla base di processi democratici interni, o spingersi ulteriormente verso l’associazionismo movimentista.

Stare nel mezzo non porta risultati né all’una né all’altra scelta, e queste primarie ne sono una ulteriore dimostrazione.

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