Alessandro Ronchi

Anno: 2005

REACH: Un rischio per gli animali

Il 12 ed il 13 Marzo scorso la Lega Anti Vivisezione (LAV) ha aperto la raccolta delle firme per evitare i test sugli animali previsti dalla direttiva europea di prossima emanazione, denominata REACH (da Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals). Questa direttiva punta a definire un nuovo equilibrio normativo sull’industria chimica europea, inserendo obiettivi di tutela della salute pubblica e della qualità dell’ambiente dagli effetti potenzialmente dannosi derivanti dalle sostanze chimiche in commercio. Incluso nel pacchetto delle nuove norme è presente l’obbligo di testare le sostanze chimiche che sono state messe in commercio prima del 1981, data nella quale è stato inserito l’obbligo di verificare i nuovi composti immessi sul mercato. Circa 30’000 di queste sostanze, in commercio da più di vent’annni e mai controllate, verrebbero ora sottoposte a test sugli animali, provocando la tortura e la morte di un numero di animali compreso tra i 12,8 ed i 50 milioni, secondo stime prodotte dall’Unione Europea.
Gli obiettivi del REACH sono estremamente positivi e sicuramente da sostenere, ma allo stesso tempo la LAV chiede con la sua nuova campagna che vengano usati metodi alternativi per sperimentare le sostanze senza uccidere un numero così elevato di animali.
La domanda che tutti si pongono quando vengono affrontate queste tematiche è sempre la stessa: se non sugli animali, su chi? Bisogna quindi fare un minimo di chiarezza, per evitare di affrontare il tema con troppa superficialità.
I test sugli animali non servono a nulla per evitare rischi per la salute umana. Anche il Comitato Scientifico dell’UE ha chiaramente espresso l’inadeguatezza di questo tipo di test, indicando la necessità di utilizzare metodi alternativi.
Superando quindi tutte le motivazioni etiche che spingono le persone più sensibili a chiedere di evitare questa violenza, è la scienza a fare il primo passo ed ammettere che questi test non sono utili. Basta pensare che la percentuale di errore delle indicazioni che forniscono è di circa il 50%, quasi la stessa di una moneta lanciata per un testa o croce. Questo significa, inoltre, che una sostanza indicata come innocua da test basati su una specie animale può non esserlo per gli esseri umani. Basta vedere l’esempio della diossina: letale nell’uomo, assolutamente innocua per le scimmie e quasi tutti gli altri animali, ad eccezione del porcellino d’india. Inoltre i test sugli animali non evitano la sperimentazione sull’uomo, e data l’inadeguatezza dei loro risultati risultano potenzialmente dannosi anche per gli umani: le sostanze dichiarate innocue ed una volta sperimentate sugli uomini dimostratesi nocive sono innumerevoli e spesso tristemente famose.
Esistono diversi metodi alternativi che permettono migliori risultati, con costi molto inferiori: le ricerche epidemiologiche e gli studi statistici, i test sulle culture in vitro di cellule e materiale biologico di scarto dei nostri ospedali sono solo alcuni esempi reali ed attualmente implementabili.
L’insieme dei metodi alternativi non include solo questi esempi, ma raggruppa tutte le procedure che conducono alla sostituzione di un esperimento sull’animale, alla riduzione del numero di animali richiesti, ed all’ottimizzazione delle procedure sperimentali allo scopo di ridurre la sofferenza delle cavie, secondo la definizione di Russel e Burch delle 3R Replace, Reduce, Refine.
Lo sviluppo dei metodi alternativi è quindi prima di tutto un processo scientifico, voluto con forza anche da comitati di medici che dichiarano i test sugli animali inutili alla stessa causa per la quale sono stati creati: valutare la pericolosità delle sostanze prodotte dall’uomo.
Per maggiori informazioni potete contattare la delegazione della LAV di Forlì-Cesena (lav_forli_cesena@yahoo.it), oppure consultare il sito nazionale www.infolav.org.
La raccolta delle firme è ancora aperta, e tutti possiamo dare il nostro piccolo contributo per evitare l’utilizzo di milioni di animali per test inutili e costosi, sostenuti solamente allo scopo di mantenere gli attuali rapporti di forza tra le strutture esistenti nel mondo della ricerca scientifica e farmacologica.

Seminar Libri

giovedì 29 dicembre alle ore 17 presso la galleria I Portici di Forlì
IVANO MARESCOTTI INAUGURA SEMINAR LIBRI…NEGLI SCAFFALI COOP

Un’iniziativa promossa da coop Adriatica con il Patrocinio del Comune di Forlì e della Provincia di Forlì- Cesena, organizzata in collaborazione con i Portici e Forum delle Donne.

Perché non aggiorno immediatamente il software

E’ appena uscita la nuova versione del software che permette a questo blog di girare: WordPress 2.0 (esiste già la versione italiana). Sono contento, perché significa diverse cose, tra le quali la maturità, la diffusione e la notorietà di questo famosissimo software libero.

Fullo consiglia di non aggiornare subito, cosa che condivido pienamente.

Anche io, come faccio quasi sempre, aspetterò qualche tempo prima di aggiornare.

Se è vero che la 2.0 possa avere pochi bug (come dice nei commenti uno degli admin di wp-it), è vero che è troppo poco testata per essere certi che non ci siano problemi gravi.

L’interesse degli utenti di un qualsiasi programma è la somma di:
– stabilità (no bug, no problemi, no grattacapi)
– nuove feauture

Visto che sono estremamente soddisfatto della versione precedente, e non sento come impellente la necessità di aggiornare, non vedo perché dovrei rischiare.

In generale per ogni software aspetto sempre un mesetto o un paio di release di mantenimento, dopo il quale sono abbastanza sicuro che i problemi maggiori sono stati risolti.

La corsa all’ultima versione, quando non ci sono necessità impellenti, non mi pare una mossa intelligente, a meno che non si voglia testare e dare una mano per il debug.

Digital subdivide, incomunicabilità tra connessi e sconnessi

Questo articolo sul digital subdivide, segnalatomi da Fabio Corgiolu, è senza dubbio interessante.

Non ne condivido alcune parti: io credo che le persone wired non siano semplici immagazzinatori di dati, ma sono dei veri e propri maniaci dell’informazione.

Il data mining mentale dei sempre connessi non viene fatto solo in un secondo tempo, ma in ogni istante, ogni ritaglio di tempo, modificando la vita dei wired a tal punto da soffocarla, a volte.

La validità delle informazioni assimilate diminuisce solo perché ne aumenta la quantità, ma non è vero che chi ne vede passare meno pone più attenzione e riflette tutto il giorno su quelle poche.

Il dato rilevante, a mio parere, che distingue le persone che rimangono connesse ore per lavoro o per ricerca di informazioni è che le seconde non hanno tempo per altro, spesso fanno lavorare continuamente il cervello per il solo gusto di immergersi nella conoscenza e cercare di fermarne un briciolo.

Il problema è il limite dell’assimilabilità del nostro cervello: finché non riusciamo a modificarlo (e ci vorranno generazioni o operazioni tecnologiche), non riusciremo ad immagazzinare ed elaborare più di così.

Per questo motivo i wired cercano nel digitale anche una forma di memorizzazione dei dati, oltre che un mezzo per il loro passaggio, che permetta loro di ritrovare quello che avevano perso di mente e collegarlo ad una nuova informazione per creare una nuova connessione importante.

Una volta c’erano solo le sinapsi, ora i collegamenti sono multimediali (nel senso che coinvolgono più mezzi): link, database, blog, instant messaging sono una estensione naturale del modo di lavorare del nostro cervello, e ne ampliano notevolmente le capacità cognitive.

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