Leggi complicate

Quando una norma è talmente complessa da risultare difficile anche da riassumere in un articolo di giornale, significa che non è una buona legge. La complessità nasce dal cercare di prevedere tutti i casi possibili ed i dettagli, o di nasconderne le magagne.

Due begli esempi sono la legge elettorale attualmente in discussione e la bozza sul cuneo fiscale che dovrebbe aumentare le detrazioni sul lavoro dipendente.

Se avete cercato di capirle veramente, sapete di cosa parlo.

Dalla semplicità delle regole potremmo guadagnare tutti. Lo Stato perderebbe meno risorse nei controlli, nei giudizi, nel cercare di applicare le sanzioni. I cittadini potrebbero investire tempo nel fare le cose, piuttosto che nel cercare di capire come inquadrarle nel nostro ordinamento giuridico. Per non parlare dei costi sempre crescenti delle assistenze fiscali o giuridiche, che nemmeno riescono a consegnare una ragionevole certezza di essere nel giusto.

In realtà tutti promettono sempre riforme e semplificazioni, ma invece di ridurre il numero delle norme, o la loro complessità, ne aggiungono nuovi tasselli.

A cosa servono le leggi? In teoria a a tutelare la vita dei cittadini, no?
Vi sembra per caso che sia un obiettivo raggiunto?

Se fosse possibile scegliere, firmereste un contratto di 500 pagine o di 10?
La mia idea è che, a parità di risorse, si potrebbero scrivere centinaia di proposte migliori di quella degli 80 euro, che poi 80 non sono. 

Un’occasione unica

I grillini avranno una forza, nel prossimo parlamento, che nessun partito ecologista ha mai avuto nella storia d’Italia e d’Europa.
Mai nessuno ha avuto percentuali così elevate e mai nessuno è stato così fondamentale numericamente da impedire governi che escludano sue componenti.

Quindi se da un lato capisco (ma non condivido) l’atteggiamento del “noi non stiamo con nessun altro”, dall’altro spererei che questa forza venga sfruttata per fare quello che ad altri è stato semplicemente impossibile proporre.

Qualche esempio potrebbero essere leggi sulle rinnovabili, sul consumo di suolo, sull’economia green, lo spostamento di risorse dalle grandi opere alle piccole opere utili come gli interventi contro l’instabilità del territorio, la gestione dei rifiuti, l’acqua pubblica.

Ma anche riforme sulla legge elettorale, che tratterò con un altro post, la ridistribuzione delle competenze degli enti territoriali (io ad esempio eliminerei le regioni, non le province), la legge sul conflitto d’interessi, quella contro la corruzione, ecc.

Potremmo avere per la prima volta un ministro per Internet, potremmo avere grandi investimenti per l’informatica nella pubblica amministrazione, necessari se vogliamo che almeno parte della interazione tra cittadino e Stato venga spostata sulla rete.

Ecco, se questa opportunità venisse persa io penso sarebbe un gran peccato, per i giovani che sono stati eletti ma anche per l’Italia intera.

Non che questo PD mi piaccia, perché in realtà non è così, ma perché in questo caso il PD non avrebbe un alleato del 3-4%, ininfluente nelle grandi politiche di fondo, ma un alleato alla pari con il quale sarebbe difficile e costruttivo confrontarsi.

Un alleato che non permetterebbe l’approvazione di decreti e leggi palesemente contradditori con i principi per i quali è stato chiamato ad entrare in Parlamento.

Perché la proposta di legge elettorale è un furto

Le legge elettorale è forse la questione più importante di tutte. Una cattiva legge porta a cattivi rappresentanti che faranno scelte sbagliate su tutti i nostri problemi. Un po’ come l’informazione, è alla base della democrazia reale di un paese.

Il sistema che è stato proposto in questi giorni è un tentativo non velato di far diventare l’Italia un sistema bipartitico, alla americana. Il riferimento del PD al partito democratico USA acquista sempre più significati. Vi spiego perché.

Se ho 100 posti e faccio un proporzionale con sbarramento al 5%, chi ha il 5% ha 5 posti, chi ha il 10% ha 10 posti e gli scarti di chi rimane fuori dallo sbarramento vengono ridistribuiti sempre in proporzione, oppure a partire da chi ha “più resto”.

Questo sistema è il proporzionale.

I Comuni hanno, in aggiunta, l’indicazione del Sindaco (e quindi la sua elezione diretta), delle liste (in maniera proporzionale), le preferenze all’interno delle liste, il premio di maggioranza e nei comuni più grandi il ballottaggio.

Questo sistema a mio parere è perfetto: tutti i partiti hanno tanti rappresentanti quanti sono i voti che prendono, il Sindaco ha una maggioranza stabile grazie al premio di maggioranza, i cittadini sono rappresentanti dalle liste che hanno votato con la stessa percentuale dei voti che queste hanno ottenuto (quindi più voti più conti, come è normale che sia).

Non ci sono collegi.

Tutte le altre complicazioni della legge servono per premiare qualcuno a scapito della scelta degli elettori. Una legge elettorale complicata serve a non far comprendere cosa si vota, ed a spostare in maniera forzata voti allontanandoli dalla scelta dei cittadini.

Torniamo all’esempio dei 100 posti da assegnare. Se si inseriscono 20 collegi, si alza lo sbarramento in maniera implicita, rubando voti da una lista per darli a chi ha la lista con più voti. Funziona a calamita, e le calamite oggi sono il PD da un lato e FI dall’altro.
Se un collegio elegge 5 persone, ognuno in media deve avere il 100%/(5+1) dei voti in media.
Ciò significa che per eleggere un candidato dovrò avere il 17% dei voti, più o meno. Non si tratta, quindi di uno sbarramento leggero, ma di un sistema scientifico per rubare voti.
Meno collegi si fanno più basso è lo sbarramento, quindi l’aumento dei collegi è matematicamente a favore dei partiti più grossi.

Voglio ricordare che l’affluenza alle urne, e quindi la qualità della democrazia, nei sistemi bipartitici è tra i più bassi in assoluto: si sceglie sempre il meno peggio tra due grandi poli che in pratica hanno differenze minime, perché si rubano tra loro voti al centro.

Oggi, quindi, se fossimo furbi andremmo in piazza a protestare per il tentativo di rubarci i voti.