Quattordici ore di lavoro, lascio?

La nuova pubblicità di Conad, sul socio che invece di uscire dal lavoro alle 19 fa aspettare la moglie nel parcheggio fino alle 21, mi infastidisce parecchio.

Perché vorrebbe comunicarci la disponibilità e l’attenzione del lavoratore per il proprio mestiere, ma non fa che ricordare che oggi si lavora di norma fuori dal proprio orario.

Non è più una eccezione, ed il 40% di part time dei nuovi contratti a tempo indeterminato del 2015 sta a dimostrarcelo. Quanti di questi invece di lavorare metà giornata fanno comunque sera?

Se è normale oggi chiedere disponibilità e flessibilità in caso di necessità ed urgenze, ci troviamo di fronte ad una eccezione diventata regola.

Tante persone vengono costrette a rimanere tutti i giorni oltre quando concordato nel contratto. Senza copertura assicurativa, previdenziale, costretti ad accantonare tutto il resto sotto la minaccia di un licenziamento.

Così fanno tutti, e si viene obbligati.

Quindi no, il socio che lascia la moglie ad aspettare due ore nel parcheggio non è affatto un messaggio positivo. Mi racconta che l’azienda non riesce ad organizzarsi per evitare questa necessità, mi comunica che la vita viene dopo il lavoro (mentre questo dovrebbe farne parte non totalizzante), e mi lascia pure il messaggio sessista dell’uomo che lavora contro la donna che si sacrifica ed aspetta.

La lotta quotidiana dei manifesti elettorali

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A Roma nemmeno hanno numerato gli spazi elettorali. Sembra una sciocchezza, ma senza numerazione fisica delle tabelle, l’assegnazione virtuale alle varie liste è completamente fittizia ed inutile. Anche volendo, e pare che nessuno voglia, non si potrebbero rispettare le regole per una democrazia minima sulla pubblicità elettorale.

Così ogni giorno, ogni spazio della città diventa un territorio di lotta tra bande. Chi passa azzera il lavoro di chi lo ha preceduto, e copre i manifesti degli altri. Ovviamente il gioco dura poche ore, perché verrà presto il turno di un altro.

E così vince chi ha più soldi, e può permettersi più passaggi degli altri.

Questa cosa fa schifo, in tutti i sensi possibili, ma la cosa peggiore di tutte è la sanatoria che ogni anno permette la completa impunità dalle contravvenzioni per questi comportamenti.

Politica, ambiente, rispetto e diritti. Tutto ha meno valore dell’attaccare un faccione o un simbolone con una frase stupida.

Come facebook vende i nostri dati

Interessante articolo sul Post sulle “innovazioni” di Facebook sulla pubblicità e sulla raccolta dei dati degli utenti:
Come Facebook vende i nostri dati

Gratuito?
Come accade a ogni giro di innovazioni proposte da Facebook, anche in questo caso le novità non sono piaciute a numerose associazioni a tutela della privacy degli utenti. Il social network assicura di aver sviluppato le nuove idee tenendo sempre in primo piano la riservatezza dei suoi iscritti, ricorrendo anche a società di consulenza esterne per avere pareri sulla fattibilità e l’efficacia delle nuove soluzioni. La motivazione di fondo è sempre la stessa, spiegano quelli di Facebook: creare un sistema che sia redditizio e che permetta al social network di essere sempre gratuito. I detrattori sostengono che in realtà Facebook non è gratuito, perché gli utenti lo utilizzano pagando – più o meno consapevolmente – con pezzi della loro privacy.

Jobs Santo Subito

Mi spiace per Jobs, ma i commenti di questi giorni mi sembrano un tantino su di giri.
Jobs ha realizzato, tramite la sua azienda, enormi profitti vendendo in passato computer e di recente oggetti di design. Un design che univa una buona progettazione estetica alla semplicità d’uso dei device, più vicini alle persone che ai programmatori.

Però, però.

I suoi prodotti dialogavano quasi esclusivamente con gli altri prodotti della stessa azienda. Fosse stato per lui, la tecnologia personal sarebbe stata monomarca.

I suoi prodotti erano diventati uno status symbol a tal punto che troppe persone si sono spesso private di necessità maggiori per riuscire a sfoggiare l’ultima versione di un iQualcosa, spesso per utilizzarlo solo come ostentazione di lusso.

Come dice Stallman, la prigione per gli utenti di Jobs era “cool“, a differenza di quella passata di moda creata da Microsoft.
Per mettere un altro mattoncino di questa prigione in troppi hanno fatto la fila fuori dai negozi per precedere gli altri futuri felici possessori.

Jobs non ha inventato l’mp3, ha utilizzato questa invenzione a fini commerciali, e del resto non sembra nemmeno così importante: nessuno, parlando di diffusione digitale dei media, sa chi sono i veri inventori delle tecnologie che ci hanno aiutato in questo.

Jobs non ha inventato i personal computer, o gli smartphone.

Era certamente un formidabile uomo brand, capace di far crescere o calare i profitti di un gruppo multinazionale semplicemente presentandosi al talk di presentazione commerciale di un nuovo prodotto.

Ma non esageriamo, Steve Jobs non ha cambiato il Mondo, e per fortuna non l’ha cambiato come avrebbe voluto lui.

Ci sono elenchi di persone che più di lui hanno cambiato la storia dell’informatica ed hanno permesso quello che abbiamo oggi e quello che verrà domani, ma nessuno al di fuori degli addetti ai lavori li ricorderà mai.

Diamo loro un po’ dello spazio dedicato in questi anni alla pubblicità gratuita che in questi anni abbiamo fatto alla Apple.

Pubblicità del tubo

E’ abbastanza divertente sentire e vedere le pubblicità tarate sull’Italia mondiale che ancora vengono messe in onda, per inerzia commerciale.

Ieri una parlava di bandiera tricolore per tifare la nostra nazionale, in regalo con un paio di tubi di patatine.

Probabilmente il ritorno dell’investimento per i tubi non sarà quello sperato.